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La Relazione fonte di benessere naturale

Nella vita di tutti i giorni, siamo inevitabilmente immersi in una molteplicità di relazioni più o meno importanti che qualificano la nostra giornata, rendendola piacevole o meno senza che ce ne accorgiamo. L’uomo è definito l’essere sociale per eccellenza, nel quale sono racchiuse molteplici sfumature e potenzialità che lo rendono tale rispetto ad altre creature, ovvero gli permettono di relazionarsi con il mondo attraverso qualità proprie innate.

La relazione è definita il legame che unisce due o più persone ed i motivi per cui gli uomini si relazionano sono molteplici, il più probabile è racchiuso nella natura stessa della persona in quanto individuo inducendolo a sviluppare capacità il cui unico scopo è quello di rapportarsi ad altri suoi simili.

E’ nella comunicazione che si apre la relazione, ognuno con la sua identità personale pezzo dopo pezzo in tutti gli scambi di parole e azioni che abbiamo con gli altri esseri umani.

Ma quando la comunicazione è benessere?

Indubbiamente quando è efficace, cioè quando mette in moto relazioni sociali. I significati, le potenzialità ed i valori riescono a trovare uno scambio tra le persone e costruire un clima costruttivo, di crescita e gioia di esserci. In questo senso la visione della Psicologia del Benessere è un approccio globale all’automiglioramento e allo sviluppo del potenziale umano che nel rapporto con gli altri trova la possibilità di esprimersi.

Quindi è attraverso gli altri che attiviamo noi stessi e ci permettiamo di sperimentare quello che siamo, ma sorge una domanda: “Bisogna essere consapevoli della propria capacità relazionale per costruire le relazioni o tale capacità si sviluppa attraverso i rapporti stessi?”. In effetti i rapporti umani si caratterizzano per la loro complessità, per la natura di scambio che sottende il loro dispiegarsi, ma un punto fondamentale dal quale partire è senz’altro se stessi, la propensione che si ha verso l’autorealizzazione, al vivere positivo ed in armonia con il mondo.

Senza un buon grado di autostima non ci permetteremo mai di avvicinarci serenamente ad una persona, avremo comportamenti impacciati e confusi. Attraverso l’autostima si possono aggiungere piacere e sicurezza, e questo permette di avere relazioni interpersonali più efficaci, aumentando al capacità di comprendere e di ascoltare meglio le proprie esigenze, ma anche quelle delle altre persone. Senz’altro gli altri contribuiscono ad accrescere la percezione che abbiamo di noi, ci forniscono feedback continui che aiutano a crescere.

Quali sono i mezzi e gli strumenti di cui ci serviamo per comunicare? Il linguaggio nelle sue più vaste espressioni esprime la nostra persona anche senza esserne consapevoli: oltre alla comunicazione verbale costituita dalla “parola” esiste una comunicazione non-verbale che si esprime attraverso la gestualità e la postura del corpo. Inoltre si possono individuare differenti livelli di comunicazione. Il primo è di carattere descrittivo, una azione assimilabile a quella del bambino che descrive la realtà che scopre intorno a sé. Il secondo livello di comunicazione riguarda l’espressione delle emozioni. Infine il terzo livello di comunicazione riguarda la creazione e l’alimentazione di legami e rapporti tra le persone, sia in positivo, con l’acquisizione di un livello di conoscenza o amicizia, sia in negativo nei conflitti e negli scontri relazionali.

 

Esistono delle “regole” per una comunicazione efficace e si possono imparare, proprio come si impara a leggere, sono degli spunti che vengono offerti per comprendere cosa in noi impedisce di avere buone relazioni, ciò si può ricercare nella timidezza, senso di inferiorità, insicurezza, eccessiva sensibilità, paura di sbagliare , paura di essere giudicati e molte altre componenti.

Perché la relazione è fonte di Benessere? La relazione è un forte veicolo di emozioni e noi viviamo di emozioni le quali definiscono la peculiarità del nostro vissuto.

L’individuo “sente” delle variazioni corporee riferite al corpo nel suo insieme da cui però emerge non l’informazione specifica circa eventi corporei, ma sensazioni soggettive di piacere-dolore. Se questa componente tende a protrarsi nel tempo e a collegarsi con uno stimolo esterno può comparire il fenomeno dell’affetto. L’emozione rappresenta innanzi tutto un comportamento di risposta che insorge in rapporto a determinati stimoli prodotti dall’altro.

Le emozioni rappresentano anche una condizione di relativa instabilità omeostatica. E’ la risposta individuale per ristabilire l’equilibrio omeostatico modificato dall’incontro con l’altro e sono, dei modulatori del comportamento.

Un processo di selezione della specie durato milioni di anni ci ha costruito un cervello specializzato nel raccogliere i segnali sociali. E il nostro benessere psicologico dipende dalla qualità dei nostri rapporti con gli altri. Non a caso la peggiore punizione che si può infliggere a un bimbo è il castigo in camera e a un adulto la detenzione in carcere: entrambe colpiscono il bisogno di compagnia.

La dimensione soggettiva è allora al primo posto, quale unico modo per relazionarsi al mondo. La Psicologia del Benessere è focalizzata su questa dimensione, oggi spesso negata ma che ha grande necessità di essere maggiormente sviluppata. Nel mondo di oggi si tende ad annullare questa dimensione: l’uomo non sente l’interesse per gli altri, ma si prodiga al raggiungimento di propri progetti e di propri scopi. I valori umani come rispetto, solidarietà e onestà sono passati in secondo piano, soppiantati da egoismo e individualismo. Attraverso invece la riscoperta della propria dimensione naturale la Psicologia del Benessere riscopre l’individuo nella sua bellezza, le risorse personali spesso abbandonate generando così sentimenti di insoddisfazione e depressione.

Gioire degli altri significa offrire spazio dentro di sé non più a se stessi ma anche al mondo che ci circonda. E’ l’antitodo alla solitudine e alla chiusura che ognuno, almeno una volta nella vita ha sperimentato. Si può generare un circolo vizioso in cui le difficoltà che ci impediscono di relazionarci si auto rinforzano generando ancor più una condizione di isolamento e si tende così a vivere sempre più una condizione di annichilimento verso il mondo esterno.

I dati statistici possono confermare che oggi la solitudine è uno dei nostri maggiori nemici ed influisce notevolmente sul nostro sistema immunitario, chi è solo raddoppia o triplica la probabilità di una morte precoce, conducendo una vita grigia senza gioie, con una pigrizia psicologica che giorno dopo giorno prende il sopravvento. Ma questa paura degli altri porta spesso a comportamenti sempre più anti-sociali che produco spesso l’effetto di allontanare le persone da sé. In molti casi i rapporti sociali operano notevoli effetti positivi sulla salute ed evita di ricorrere ai farmaci.

Nella reazione possiamo gioire, sentire l’armonia con l’esterno e l’amorevolezza che ognuno porta nell’anima ha la possibilità di esprimersi. E’ inevitabile acquisire maggiore positività verso la vita quando diamo spazio a chi siamo. Così la positività, come la negatività si auto rinforza generando sentimenti sempre più positivi e dandoci la certezza che le cose intorno a noi possono cambiare se lo volgiamo anche se questo richiede un piccolo sforzo. Il benessere che viene sperimentato allora è proprio questo stato di apertura all’altro che ci tranquillizza e non ci fa sentire soli. L’attenzione della Psicologia del Benessere è basata proprio su insegnamenti che traggono la loro origine dalle antiche tradizioni di saggezza. Può essere definito come un metodo di auto miglioramento, ma anche qualcosa di più, è un processo di crescita che si muove in armonia con i ritmi evolutivi della natura. Aiuta cioè ogni persona a costruire, in modo autonomo, una personalità che si ponga verso il mondo in modo positivo e costruttivo insegnando che si può trarre gioia dalla vita se lo vogliamo veramente.

E’ solo attraverso il “fenomeno della relazione, quindi comunicazione” che possiamo sperimentare le differenti emozioni di cui siamo capaci. Cerchiamo nella relazione ciò di cui abbiamo bisogno: che può essere un amico con cui confidarsi o qualcuno con cui condividere le nostre esperienze. Inoltre, impariamo a camminare per la strada a testa alta guardando le persone e sentendoci immersi nella moltitudine che abita il mondo. I livelli di relazione possono essere molto diversi e si può agire ad ogni livello: dall’incontro occasionale alla persona a noi più vicino ma entrambe fanno sentire di esserci.

 

Imparare la felicita’

Dopo un secolo dedicato a studiare le sofferenze umane, gli psicologi hanno scoperto la felicità. Purtroppo non c’è n’è molta in giro, ed è per questo che se ne parla tanto. I primi studi sulla felicità sono stati fatti negli anni 60, quando si comincia a capire che il boom economico non cancella le nevrosi, anzi forse le genera.

Sono stati fatti degli studi dove vengono trovate delle tecniche per correggere gli atteggiamenti che alimentano l’infelicità. Socializzare, pensare positivo, coltivare le relazioni intime ed evitare di preoccuparsi per un nonnulla sono solo alcune di queste.

Ad esempio è stato chiesto a degli ansiosi di appuntare su un quaderno le loro preoccupazioni: rileggendole dopo una settimana scoprono che molte di queste erano infondate e con un po’ di esercizio possono imparare che non è il caso di preoccuparsi tanto.

Inoltre si è dimostrato che sposati e conviventi sono decisamente più felici di quanti vivono da soli, ed altre ricerche confermano che felicità ed un comportamento estroverso vanno di pari passo. Dunque si può imparare ad essere felici?

Anche introversi e malinconici possono trarre piacere da un hobby, dall’amicizia, e dalle relazioni umane, spesso hanno solo bisogno che qualcuno gli ricordi che ci sono cose piacevoli cui dedicare tempo e energia.

E’ stato fatto un sondaggio classificando il livello di felicità di popoli diversi, e si è scoperto che i maltesi detengono la palma della felicità, mentre la Tanzania, e lo Zimbabwe sono all’estremo opposto.

Ma siamo proprio sicuri che quando dicono di essere felici o non felici italiani , maltesi, russi intendono proprio la stessa cosa?

Non sempre tutti la pensano allo stesso modo, ad esempio in Italia sarebbe meglio parlare di benessere piuttosto che di felicità, in quanto ha una definizione più ampia e meno connotata.

Inoltre la differenza non è solo questione di terminologia, molti psicologi americani affermano che ci sono diversi tipi di felicità, quella pragmatica, ovvero più individualista, che studia il piacere come benessere personale. Mentre in Europa si attribuisce maggior peso allo sviluppo e alla realizzazione delle potenzialità individuali, ma all’interno di un contesto sociale.

Ma quale potrebbe essere la ricetta per la felicità? Ci sono varie scuole di pensiero, c’è chi dedica la propria attenzione solo al piacere, chi alla soddisfazione post risoluzione di un problema, chi invece alla novità. Si è verificato infatti che offrendo ad un gruppo di bambini un vassoio di dolcetti misti, e permettendogli di prenderne due, questi sceglievano per primo il loro preferito, poi uno diverso.

Anche se le cose non sono cosi semplici, ci sono piaceri che una volta assaporati perdono il loro fascino; altri che non ci stancano mai, e altri ancora come le nostre pietanze preferite che dobbiamo concederci di tanto in tanto se non vogliamo che perdano sapore.

La novità è sicuramente un aspetto importante della felicità, ma l’elemento essenziale è l’opportunità di cimentarsi con prove sempre nuove. Ad esempio chi pratica sport estremi, si impegna per rispondere a una sfida difficile, quasi impossibile che mette in gioco tutte le sue competenze.

Anche se sembra un emozione per pochi eletti, in realtà è più diffusa di quanto si immagini, questo a difesa della felicità considerata da sempre inferiore ad altre emozioni più significative e costruttive per la vita umana, quali la paura e il disgusto considerati veri e propri salvavita.

La necessità di conoscere e sperimentare cose nuove è certamente un elemento importante per la nostra specie. Forse molta dell’odierna infelicità dipende anche dal fatto che le sfide quotidiane che attiravano l’uomo delle caverne , combattere, procurarsi il cibo, conquistare una compagna, non hanno più senso nel mondo in cui viviamo oggi.

Ossia , detto in altri termini, siamo programmati per desiderare cose che non ci interessano più veramente, come ricchezza e potere.

Ma soprattutto che siamo preda di un subdolo meccanismo biologico che ci rende incontentabili, in quanto i nostri cervelli non sono stati programmati per mantenere a lungo uno stato di felicità.

Come migliorare i nostri rapporti con gli altri

I rapporti importanti della nostra vita sono per noi fonte di gioia e dolore. Costituiscono fonte di gioia e risorse insostituibili in quanto ci permettono di esprimere le nostre emozioni, di avere e fornire sostegno e comprensione, di provare il piacere della collaborazione, dello scambio di idee, di crescere.

Ma spesso questi stessi rapporti (siano essi di amicizia, di parentela, di lavoro) diventano per noi fonte di tormento e sofferenza continua: ci sentiamo incompresi, feriti, finiamo per provare rabbia e risentimento nei confronti di persone per cui in passato abbiamo provato sentimenti positivi.

Cosa possiamo fare per evitare che ciò accada o per migliorare le cose? Dobbiamo, innanzitutto, imparare ad accedere ad una forma di ragionamento di ordine superiore.

E’ quella che usiamo quando ci accorgiamo di aver commesso un errore e lo correggiamo. Può accadere che il nostro pensiero sia offuscato da significati simbolici distorti, da ragionamenti illogici e interpretazioni sbagliate; in questo caso è fondamentale riuscire a “pensare sui nostri pensieri”, per ritrovare chiarezza e comportarci nel modo migliore per noi stessi e per gli altri.

Di solito, però, succede che proprio nelle relazioni importanti per noi, quelle in cui ci sentiamo coinvolti emotivamente, abbiamo difficoltà ad avvertire con chiarezza i nostri pensieri, commettiamo continuamente errori sia nel giudicare che nel comunicare, non riusciamo ad accorgerci di tali errori e, di conseguenza, non riusciamo a porvi rimedio.

A lungo andare, le interpretazioni sbagliate, l’incomunicabilità, la rabbia e il risentimento che ne derivano, trasformano l’altro in un avversario da combattere, anziché il compagno, collaboratore, amico, che avevamo conosciuto. Ciò si verifica perché la nostra mente in risposta ad una delusione, per una sorta di meccanismo di auto-protezione, tende ad interpretare erroneamente il comportamento di chi ci ha deluso o ad esagerare il suo significato, a spiegarlo in senso malevolo e a proiettare su di lui immagini negative.

Agiamo allora proprio in base a questi errori di interpretazione e muoviamo all’attacco proprio dell’immagine negativa che noi stessi abbiamo costruito. Ovviamente, mentre ciò accade, difficilmente riusciamo a renderci conto che il nostro giudizio negativo potrebbe essere sbagliato e che potremmo stare attaccando un’immagine distorta.

Divenire consapevoli di alcuni principi cognitivi può aiutarci a riflettere sulla “giustificatezza” dei nostri giudizi e dei nostri comportamenti, e quindi migliorare i nostri rapporti con gli altri.

Ecco quali sono i principi cognitivi da tenere a mente:

1. Anche se a volte ci sembrano ‘così evidenti’, in realtà non possiamo mai conoscere lo stato d’animo, i pensieri, i sentimenti degli altri. In altre parole, nessuno di noi è in grado di leggere nel pensiero.

2. I segnali su cui ci basiamo per farci un’idea dei desideri e sentimenti degli altri (parole, tono di voce, espressioni del volto, azioni) sono spesso ambigui. Posti di fronte al medesimo comportamento, due diversi osservatori potrebbero dare un significato addirittura opposto.

3. Questi segnali vengono decifrati da un nostro sistema di decodifica, il quale non è infallibile. Esso si basa su un insieme di credenze, ipotesi, preconcetti e formule (del tipo se… allora vuol dire che…), legati alla nostra esperienza quotidiana e alla nostra storia personale. Possiamo operare delle “distorsioni cognitive”.

Le più comuni di tali distorsioni sono:

i. Visione tunnel e astrazione selettiva. Ci può capitare di vedere solo ciò che collima con il nostro atteggiamento o stato mentale. Ad esempio possiamo basare la nostra interpretazione di un comportamento su un unico elemento che ci ha colpito, astrarlo selettivamente dal contesto, e trascurare o ignorare tutti gli altri dati che non confermerebbero la nostra interpretazione.

ii. Inferenza arbitraria. Possiamo essere talmente prevenuti nei confronti di un’altra persona da attribuirle intenzioni malevole senza che ce ne sia motivo. Ad es. possiamo pensare che se un collega un giorno arriva in ritardo è perché vuole che svolgiamo anche la sua parte di lavoro; il collega invece ha forato e ha perso del tempo per questo incidente non previsto.

iii. Ipergeneralizzazione.

Da un comportamento singolo, o da pochi episodi, possiamo trarre delle conclusioni rispetto al comportamento tipico della persona che ci è di fronte. I termini che usiamo di solito quando operiamo delle ipergeneralizzazioni sono: “mai, sempre, tutto, ogni, nessuno”

iv. Pensiero polarizzato.

Possiamo percepire solo due alternative estreme: se una persona non è buona deve essere per forza cattiva; se non mi ama allora mi odia; o mi sottometto completamente al mio capo o dovrò lasciare il lavoro; se dico di sì non potrò più dire di no, etc. v. Esagerazione. Possiamo attribuire un’importanza esagerata alle caratteristiche dell’altra persona, buone o cattive che siano. vi. Catastrofizzazione.

Possiamo prevedere conseguenze catastrofiche per determinati eventi (ad es. se il mio capo non troverà buono questo lavoro, mi licenzierà).

vii. Etichette negative. In seguito alle inferenze arbitrarie, possiamo attribuire all’altro un ‘etichetta’ critica (è un bullo, è cattivo, è egocentrico) e reagire a queste etichette come se fossero qualcosa di reale, giustificando in questo modo la stessa etichettatura.

viii. Personalizzazione. Possiamo pensare che le azioni degli altri siano, in genere, dirette contro di noi (es., se mio marito ritarda, è per farmi un dispetto).

ix. Lettura del pensiero e chiaroveggenza.

Riteniamo di poter comprendere quali siano i pensieri e le motivazioni latenti ai comportamenti degli altri e nello stesso tempo crediamo che gli altri debbano essere in grado di ‘leggere’ le motivazioni nascoste dietro i nostri gesti e le nostre parole

4. Il nostro stato d’animo del momento influisce sul nostro sistema di decodifica.

5. Il grado di certezza che sperimentiamo rispetto alle motivazioni e atteggiamenti altrui non è affatto in relazione con l’esattezza delle nostre opinioni Cosa fare, una volta divenuti consapevoli di questi principi? ·

Quando siamo delusi, frustrati, arrabbiati, prima di attaccare il nostro partner, amico, collega di lavoro, chiediamoci se l’incomprensione che ci ha portato a questo stato d’animo possa essere dovuta a comunicazioni sbagliate o ad interpretazioni prevenute del comportamento dell’altro. Per limitare al massimo le incomprensioni, siamo diretti.

Spesso riteniamo che l’altro debba comprendere (e sia in grado di farlo) ciò che vogliamo comunicare anche se noi ci giriamo intorno e affrontiamo l’argomento che ci sta a cuore in modo vago e indiretto. Ciò potrebbe verificarsi oppure no, anche se ci conosciamo bene. La nostra pretesa di essere compresi comunque può spianare la strada a malintesi e rancori.

Se è il nostro interlocutore ad essere indiretto e ci rendiamo conto di non essere capaci di capire il suo messaggio, non esitiamo a fare domande che ci permettano di chiarire il suo pensiero (“mi potresti spiegare….”, “c’è qualche difficoltà che….”)

· Ricordiamoci che l’incomprensione è un processo attivo: se io ho un’immagine distorta dell’altra persona, interpreto quanto essa fa o dice in maniera errata, attribuendogli cattive intenzioni. Ovviamente non tutte le persone con cui veniamo a contatto sono benintenzionate nei nostri confronti.

Ma se si tratta di persone a cui teniamo (il coniuge, un collega di lavoro con cui ci siamo sempre trovati bene, un amico), vale la pena di “controllare” le nostre interpretazioni e preoccuparci della chiarezza delle nostre comunicazioni, prima di agire di conseguenza e innescare pericolosi circoli viziosi. Se riusciamo a sintonizzarci sulle riflessioni che facciamo automaticamente (sul nostro monologo interiore), possiamo capire in che modo interpretiamo le azioni di chi ci è vicino e reagiamo ad esse. Una volta resici conto di ciò possiamo correggere le interpretazioni che scopriamo erronee. I pensieri automatici possono assumere la forma di parole o immagini o entrambi. Di solito si può individuare un pensiero automatico con la tecnica dello ‘spazio vuoto’: si prende nota della nostra reazione ad una frase o comportamento dell’altro e si riflette a posteriori su quanto ci è passato per la mente nell’intervallo compreso fra l’evento innescante e la nostra reazione.

All’inizio non sarà semplice ricostruire quanto è accaduto, ma con il dovuto allenamento diventeremo sempre più bravi e veloci nell’individuare i nostri pensieri nascosti.

Una volta individuati i pensieri automatici proviamo a stabilirne la validità.

Per fare ciò possiamo porci una serie di domande e trovare per ognuna di esse delle risposte razionali, cioè delle possibili alternative ai pensieri automatici (Beck, 1990): o Che prove ci sono a favore della mia interpretazione? o Che prove ci sono contro la mia interpretazione? o Dalle azioni del mio partner (amico, collega) consegue logicamente che i motivi che attribuisco al suo modo di comportarsi sono fondati? o C’è una spiegazione alternativa per il suo modo di agire?

· Concentriamoci sui problemi reali.

Spesso mettiamo al primo posto la colpa e il biasimo.

Ciò non fa altro che aumentare il rancore e la rabbia, distogliendoci da quello che è l’obiettivo principale: risolvere il problema, l’incomprensione che ci fa soffrire e non ci permette di ottenere dall’altro ciò che desideriamo

· Spesso le azioni della persona cara che attribuiamo a qualche tratto malevolo (egoismo, odio, bisogno di tenerci sotto controllo) possono essere spiegate più correttamente se consideriamo le sue motivazioni benevole (benché mal dirette), quali l’autoprotezione o tentativi di non essere abbandonato Le relazioni soddisfacenti non nascono dal nulla, occorre impegnarsi, essere attenti alle esigenze dell’altro, solleciti, leali, responsabili, anche generosi. Bisogna saper cooperare, scendere a compromessi, avere una certa duttilità, una buona disposizione ad accettare e perdonare, a tollerare errori, difetti, bizzarrie.

Queste sono virtù che vanno coltivate, con sforzo e consapevolezza. Assumiamoci la piena responsabilità del miglioramento dei nostri rapporti importanti. Spesso i nostri cambiamenti possono cambiare in misura notevole anche le persone che ci sono vicine.

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