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La rabbia e i suoi effetti

La rabbia è un’emozione tipica, considerata fondamentale da tutte le teorie psicologiche, insieme alla gioia e al dolore, è una tra le emozioni più precoci; il bambino che non è coccolato dalla mamma ha come reazione il pianto che equivale allo sfogo della rabbia.

Moltissimi risultano essere i termini linguistici che si riferiscono a questa reazione emotiva: collera, esasperazione, furore ed ira rappresentano lo stato emotivo intenso della rabbia; altri invece esprimono lo stesso sentimento ma d’intensità minore, come: irritazione, fastidio, impazienza. C’è chi dice di non arrabbiarsi mai, e chi è sempre pronto a scattare. La rabbia è la reazione ad un limite, esprime il bisogno, molto vitale, di affermare il proprio Io: i bambini si arrabbiano violentemente, con le cose, con i divieti e le persone.

Come tutte le emozioni, la rabbia non è mai giusta, o sbagliata: c’è, e bisogna prenderne atto, comprenderla, e gestirla al meglio. Chi riesce a mettere la sordina alla rabbia, non sempre ne ricava benessere, perché si tratta di un segnale molto importante: che qualcuno o qualcosa sta calpestando il nostro Io. Reprimere le manifestazioni d’ira è nocivo alla salute psicofisica: depressione, problemi psicosomatici come l’ulcera e l’emicrania possono colpire i troppo accomodanti. Chi invece esprime la rabbia, al di là dello sfogo catartico entro poco tempo, si trova ad affrontare grossi disagi relazionali. Soprattutto se a scatenare l’emozione sono conflitti con genitori, partner, e colleghi; di solito, più è intensa la relazione, più violenta è l’aggressività che si scatena nei contrasti. Inghiottire la rabbia fa male, gridarla anche.

Esplodere non è poi terribile, come alcuni temono, soprattutto fra le donne, ma comunque di solito è inutile, non risolve, ma perpetua il problema e, infatti, si tende poi ad arrabbiarsi di nuovo e ancora, per lo stesso motivo. Molto spesso capita di avere a che fare con persone capaci e intelligenti, ma che allo stesso tempo si possono mostrare arroganti e incapaci nel relazionarsi in maniera cortese ed educata con gli altri.

Questi soggetti sono privi di quella che in psicologia è chiamata intelligenza emotiva. L’intelligenza emotiva può essere definita l’intelligenza del cuore.

E’ responsabile della nostra autostima, della consapevolezza dei nostri sentimenti, pensieri, emozioni; presiede alla nostra sensibilità, all’adattabilità sociale, all’empatia, alla possibilità di autocontrollo.

Essere dotati d’intelligenza emotiva significa riconoscere i sentimenti, così da esprimerli in modo appropriato ed efficace. Nella quotidianità di tutti i giorni possono capitare piccoli avvenimenti per i quali si scatenano emozioni a volte sconosciute; può accadere che un collega vi prenda in giro, o che qualcuno trovi posto nel parcheggio che avevate visto voi, ma d’impulso avete pensato di non reagire. L’offesa è evidente e voi pensate: “Adesso dovrei arrabbiarmi” ma la reazione non arriva.

Molte persone, per lasciarsi andare, hanno bisogno di sperimentare che non succede nulla di grave se si perde il controllo. Spesso alla rabbia apparentemente non si reagisce; ma non è detto che questo sia realmente ciò che accade; la mancata reazione può essere dovuta al negato contatto emotivo con il sentimento rabbia, quindi si arriva all’alessitimia, ovvero l’incapacità di sentire sul piano emotivo le emozioni, le quali vengono fatte scivolare direttamente sul corpo fino a somatizzarle; capita così di avere mal di pancia o mal di testa senza cause organiche, fino ad arrivare a vere e proprie patologie. Il sentimento rabbia viene negato a livello inconscio e la persona può, ad esempio, mettere in atto atteggiamenti o comportamenti sostitutivi e/o di copertura del sentimento negato, parliamo quindi di compulsioni (pensieri o comportamenti) e rituali(lavare le mani continuamente, controllare numerose volte di aver chiuso porte e gas).

La maggior parte delle volte però può capitare il contrario; l’eccessivo sfogo delle proprie emozioni e il mancato controllo della rabbia può arrecare conseguenze negative a se stessi e agli altri.

Prendere tutto come un attacco personale, sentirsi messi in discussione solo per la scortesia di una commessa o feriti per la disattenzione di un collega è l’inizio dell’iter che percorriamo ogni qualvolta si innesca il meccanismo “rabbia”.

Ma perché ci arrabbiamo?

Una delle tante spiegazioni che si danno alla rabbia è riferita ad un passato lontano dove non c‘ entrano né commesse né colleghi, ma fantasmi che appartengono alla nostra infanzia. Questa teoria ci riporta qualche tempo fa, quando i nostri genitori non ci hanno fatto sentire abbastanza apprezzati e sostenuti; è proprio allora che sono nati il dolore e questa rabbia, che sfugge al controllo e che spinge a reagire esageratamente di fronte alla più piccola frustrazione.

Secondo la maggior parte degli studi effettuati al riguardo i casi più frequenti di mancato autocontrollo sono stati identificati in soggetti che hanno avuto genitori critici , intolleranti e svalutanti, togliendo quella sicurezza senza la quale si resta indifesi come bambini, in balia dei giudizi e delle conferme degli altri.

E se queste conferme non arrivano ecco che rimonta la voglia di protestare per questo amore che ci è stato negato.

Non è facile ammettere che siamo noi a sentirci inadeguati quando sembra più accettabile dare la colpa agli altri, e la soluzione non è sicuramente nell’accusare mamme e papà, ma nel recuperare il bambino che è in noi e fargli fare pace con la nostra parte adulta. Studi effettuati dall’Università del Michigan dimostrano che il 25% dei casi di malattie cardiache sono dovuti all’eccessiva perdita di controllo in una esagerata reazione fisica alla rabbia.

Insomma arrabbiarsi poco può essere dannoso, ma anche arrabbiarsi troppo ci fa correre parecchi rischi. Nel frattempo si deve cercare di esplicitare il proprio disagio al meglio, evitando che l’interlocutore si senta aggredito. Molti ragionano come se le emozioni fossero controllate da un interruttore: on-off, dico-non dico. Ma esistono anche posizioni intermedie, vale a dire esprimere nel modo migliore le proprie emozioni, anche negative.

Essere diretti e sinceri non significa necessariamente ferire gli altri. Come ci dobbiamo comportare? Quando siamo nervosi, arrabbiati possiamo scaricare la tensione con attività fisiche: frequentare una palestra, praticare sport, partecipare al tifo della la propria squadra del cuore, lavorare manualmente, ecc.

Se ci sentiamo contratti, “legati”, può essere utile farsi massaggiare, qualunque sia la tecnica usata,con un buon rilassamento. Se il malessere tende alla cronicizzazione significa che vi è un comportamento, uno stile di vita ormai consolidato su cui occorre lavorare più approfonditamente con una psicoterapia e con l’ausilio, preferibilmente, di medicine naturali. Ritengo che una via intermedia debba essere ricercata e secondo me consiste nell’essere consapevoli il più possibile del nostro vissuto emotivo e nel costante dialogo sia all’interno che all’esterno di noi.

La rabbia appartiene alla sfera delle emozioni. Si tratta di un’esperienza forte e molto comune che ognuno vive secondo le proprie specificità individuali. Nel conflitto, specie interpersonale ed educativo, la rabbia compare come elemento perturbante che spesso impedisce la relazione e il confronto; la gestione emotiva della rabbia è pertanto una necessità imprescindibile per poter affrontare i conflitti con competenza ed efficacia.

Anche in ambito educativo si tratta di imparare a dialogare con la propria rabbia per trasformarla in una relazione conflittuale e quindi gestibile. La rabbia va usata per dare energia a una richiesta basata sui propri desideri, non per cercare di stabilire come l’altro deve comportarsi.

Il primo passo per cercare di allearsi con la propria rabbia è ascoltarla bene, e cercare di capire chiaramente il suo messaggio: dove ci sentiamo colpiti, cosa vorremmo.

Una volta definita, con calma, la posizione che riteniamo giusta per noi, possiamo affermarla assertivamente.

Gestire la rabbia

Quando siamo arrabbiati avvertiamo chiaramente un disagio e una tensione crescente che sentiamo di dover “scaricare” al più presto per ritrovare uno stato di benessere. In quanto insita nella reazione primordiale di lotta e di fuga, la rabbia è radicata nei fondamentali meccanismi della sopravvivenza; essa, come il dolore, turba il nostro stato di equilibrio per avvisarci di qualche minaccia e per permetterci di attaccare la fonte di tale minaccia.

Tuttavia, anche se a volte può essere indispensabile per sopravvivere, nella maggior parte dei casi, cedere ai nostri impulsi ostili, “scaricare” su chi ci sta di fronte la tensione del momento, non è affatto utile né tantomeno ha l’effetto di produrre benessere; anzi, a lungo andare, l’espressione frequente della rabbia può portare alla distruzione dei rapporti.

Poiché il più delle volte la rabbia nasce da incomprensioni o da esagerazioni, è poco probabile che con scoppi di collera si possano risolvere i problemi: al contrario rischiamo di aggravarli. Inoltre, nel caso di rapporti affettivi importanti, le ferite che si infliggono in momenti di rabbia continueranno a far male per molto tempo e tenderanno a creare un circolo vizioso di offese e ripicche che finiranno per deteriorare il rapporto.

E’ importante poter manifestare il fastidio e la sofferenza che un determinato comportamento ha provocato in noi, ma è fondamentale riuscire a farlo nel modo più adeguato affinché tale manifestazione possa accrescere il nostro benessere.

Spesso la rabbia nasce da fonti interiori.

Allora, come prima cosa, cerchiamo di capire davvero perché siamo arrabbiati. Perché un’automobile che ci impedisce di uscire dal parcheggio ci fa diventare folli di rabbia? Certamente è una cosa che infastidisce ma, a meno che non stiamo vivendo una situazione di emergenza, non costituisce certo una minaccia alla nostra sopravvivenza. Ad ognuno possono venire in mente episodi in cui ci si è sentiti “arrabbiatissimi” senza che ci fosse nessuna minaccia effettiva (qualche minuto di ritardo, un saluto negato, etc.).

In realtà spesso la rabbia viene scatenata dalle nostre interpretazioni delle azioni dell’altro, dai significati simbolici che vi attribuiamo. Ad es. posso cominciare a pensare che il proprietario dell’auto che mi ostacola non ha alcun rispetto per me, non ha pensato affatto al fastidio che mi poteva arrecare, che è un prepotente, ecc.

Questa catena di pensieri, che spesso si susseguono in modo automatico e inconsapevole, non fa altro che far aumentare la mia rabbia, per cui quando finalmente arriva il proprietario dell’automobile io sono pronto ad entrare in colluttazione con lui, con tutte le conseguenze negative del caso (tra cui perdere ancora più tempo).

Perciò, quando cominciamo a sentirci in collera, chiediamoci:

La mia rabbia è obiettivamente giustificata?

E’ adeguata a alla situazione che sto vivendo? Può dipendere da particolari significati che sto attribuendo al comportamento di chi mi sta di fronte?

Può dipendere dai pensieri che si stanno susseguendo nella mia mente?

Se mi sto arrabbiando con una persona importante per me, è possibile che mi dia una certa soddisfazione trovare qualche motivo per attaccarla (forse mi da un certo piacere metterla a disagio, ferirla o farla sentire in colpa)?

Una volta che ci siamo posti queste domande, e abbiamo cercato di darvi una risposta, possiamo effettivamente decidere se è il caso di manifestare o meno la nostra rabbia, e soprattutto in che modo manifestarla.

Nel caso avessimo deciso che è il caso di manifestare la nostra rabbia e abbiamo chiaro in mente come farlo, è importante valutare i costi e i benefici (a breve e a lungo termine) di questa nostra manifestazione.

Quindi, chiediamoci ancora:

Che cosa guadagnerò comportandomi in questo modo?

Che cosa potrò perdere?

Esistono dei mezzi migliori per ottenere ciò che desidero?

Spesso dopo esserci posti tutte queste domande la rabbia sarà svanita da sola e noi avremo trovato altre soluzioni per far valere le nostre ragioni, altre volte invece rimarremo convinti della giustezza dei nostri sentimenti e riusciremo ad esprimere la nostra rabbia nella maniera più adeguata ed efficace.

Cosa fare invece quando la rabbia da gestire non è la nostra, ma quella di chi ci sta di fronte?

Anche in questo caso possiamo decidere di fare diverse cose tenendo conto dei costi e dei benefici a breve e a lungo termine.

Alcuni dei metodi che possono essere utilizzati per disinnescare la rabbia dell’altro sono:

· Chiarire il problema. Spesso è istintivo reagire ad un atteggiamento rabbioso con il contrattacco, ma è poco probabile che ciò abbia una qualche utilità. Se riusciamo a mantenere la calma e capire quali possono essere state le cause della rabbia dell’altro, saremo senz’altro sulla buona strada.

· Calmare l’altro. Si può ridurre la rabbia dell’altra persona insistendo sul fatto che essa ci impedisce di vedere il problema e di aiutarlo a risolverlo. Il più forte non è chi fa la voce più grossa, ma chi riesce con la sua calma a dirigere la conversazione verso la definizione e la soluzione dei problemi. · Concentrarsi sulla soluzione del problema. Mettiamo immediatamente a fuoco il problema in atto. Mantenendo la calma aiuteremo chi ci sta di fronte a riconoscere l’inopportunità dei suoi scoppi di rabbia. · Distrarre l’attenzione. Molte persone al culmine di un accesso d’ira si possono calmare se spostano l’attenzione altrove. Ad es. si può cambiare argomento, usare con giudizio l’umorismo, ecc.

· Programmare sedute di sfogo.

Questa tecnica è utile per persone che si trovano a trascorrere molto tempo insieme e che non riescono comunque a parlare senza arrabbiarsi. Si tratta di programmare delle sedute in cui ognuno dei due si senta libero di esprimere la propria ostilità.

Ecco alcuni passi pratici da compiere nelle sedute di sfogo:

1. Stabilire espressamente il momento e il luogo in cui potersi esprimere, facendo in modo che nessuno possa ascoltare casualmente quello che diciamo.

2. Stabilire dei limiti di tempo per ogni seduta. La durata ottimale dovrebbe essere tra i quindici e i venti minuti.

3. Non interrompere la persona che parla.

4. Prendere la parola a turno ma decidere in precedenza la durata degli interventi (non più di quattro o cinque minuti)

5. Prevedere delle pause, da effettuare su richiesta del partner che ne sente il bisogno.

Ovviamente, anche se nelle sedute di sfogo possiamo permetterci di “sfogare” la nostra rabbia, è necessario porsi comunque dei limiti. Va bandita qualsiasi forma di attacco fisico, e anche gli attacchi verbali non devono sfuggire completamente al controllo. Se uno dei partner si spinge troppo oltre, l’altro deve farglielo notare e sostenere con fermezza che il limite non va superato. ·

Allontanarsi. Nel caso in cui ci rendessimo conto di non riuscire ad arginare la rabbia dell’altro e di avere motivo di temere per la nostra incolumità, non esitiamo ad allontanarci.

A volte è sufficiente allontanarsi di poco (ad es, spostarsi in un’altra stanza), ma se ciò non bastasse mettiamo la massima distanza possibile tra noi e la persona arrabbiata (usciamo di casa, allontaniamoci con la nostra auto se la lite è con un altro automobilista).

Quello della gestione della rabbia è un problema fondamentale della nostra società. A fronte di minacce che sono il più delle volte “simboliche”, nel nostro organismo avvengono dei cambiamenti (aumento della tensione muscolare, della pressione arteriosa, del battito cardiaco) che ci predispongono ad una lotta di tipo fisico.

Il più delle volte, il tentativo costante di ‘reprimere’ queste sensazioni porta a malattie psicosomatiche; altre volte, l’incapacità di auto-controllarsi porta ad esiti drammatici.

E’ fondamentale, quindi, per ognuno di noi, riconoscere i segnali della propria rabbia e di quella altrui, interrogarsi sulle sue vere origini e impegnarsi consapevolmente ad utilizzare delle tecniche che ci consentano di gestirla nella maniera più adeguata

Come gestire le emozioni legate al dolore cronico

Il dolore cronico causa una sofferenza che non è solo fisica. Le emozioni (rabbia, dolore, amarezza), molto intense, causate dalla presenza del dolore cronico possono influire pesantemente sul nostro modo di rapportarci con coloro che ci sono vicini, sull’immagine che abbiamo di noi stessi nonché sulla percezione del dolore stesso.

Per questo motivo è fondamentale utilizzare degli accorgimenti che ci permettano di gestire al meglio tali emozioni. Ecco cosa suggeriscono gli studiosi della Mayo Clinic.[1]

1. Ammettiamo le nostre perdite. Nella maggior parte dei casi un primo passo per convivere con delle emozioni negative è quello di ammettere la loro esistenza.

Una persona che soffre di dolore cronico sperimenta prima di tutto una forte sensazione di perdita. La perdita può riguardare diversi aspetti della propria vita: · lo stato di salute · l’indipendenza · la privacy · la soddisfazione lavorativa · la possibilità di praticare un hobby che dava piacere · l’intimità sessuale · la possibilità di vivere serenamente le proprie relazioni familiari · la possibilità di divertirsi con gli amici · il sentirsi forti e fiduciosi in se stessi · un senso di soddisfazione.

Non è affatto facile affrontare perdite di tal genere. La risposta naturale a tutto ciò è una profonda tristezza che a sua volta può scatenare diversi altri sentimenti.

Anche nell’arco della stessa giornata si possono sperimentare diverse emozioni.

La maggior parte delle persone reagisce con dei sentimenti che sono molto simili a quelli che si potrebbero provare nel caso di un lutto per la perdita di una persona molto cara:

· Negazione.

Potreste negare la presenza del dolore cronico nella vostra vita e continuare a cercare delle cure o delle soluzioni veloci, anche quando vi fosse stato detto che il vostro dolore non è eliminabile o che richiede un programma di riabilitazione a lungo termine. · Rabbia o frustrazione. E’ frustrante non riuscire a porre rimedio al proprio dolore.

E’ facile sentirsi spesso teso e nervoso, soprattutto quando abbiamo l’impressione che gli altri non comprendano quanto stiamo soffrendo. · Depressione. Potreste sentirvi sopraffatti da un senso di tristezza, inutilità e disperazione. Potreste non provare più piacere nel fare le cose e tendere ad isolarvi. · Colpa e vergogna.

Potreste sentirvi diversi da come eravate prima, soprattutto nei confronti delle persone che vi sono più care. Potreste provare colpa e vergogna per aver deluso le loro aspettative. · Accettazione. Potreste smettere di concentrare i vostri pensieri sulle cose che non riuscite a cambiare e cominciare a pensare al futuro, accettando l’idea che il dolore fa parte della vostra vita.

E’ più facile affrontare il dolore cronico se: · Riconosciamo di aver subito delle perdite importanti · Ammettiamo i nostri sentimenti con noi stessi e con gli altri: familiari, amici che sentiamo vicini, il nostro medico curante.

Parlare di come ci sentiamo è il primo passo per mantenere il nostro benessere emotivo, anche in una situazione così difficile.

2. Impariamo a gestire la nostra rabbia Molte cose possono contribuire a farci sentire arrabbiati: il dolore che non lascia tregua, la difficoltà a dormire bene, problemi al lavoro per le continue assenze, difficoltà economiche. Lo stato di rabbia, se pur giustificato, può danneggiarci in vari modi.

Quando siamo arrabbiati il nostro organismo secerne delle sostanze chimiche che possono causare mal di testa, mal di schiena, ipertensione, problemi gastrointestinali: inoltre la tensione muscolare e la difficoltà a rilassarsi aumentano la nostra percezione del dolore.

Ecco alcuni modi per poter affrontare la sensazione di rabbia: · Cerchiamo di capire che cosa ci suscita rabbia. Se ci rendiamo conto che una determinata situazione ci suscita rabbia, facciamo in modo di evitarla o di fare qualcosa per modificarla.

Ad esempio, se ci rendiamo conto che le insistenze di un familiare o di un amico su un determinato argomento ci suscitano rabbia, possiamo chiedere alla persona di evitare di parlare di quell’argomento o comunque trovare delle strategie per evitare che lo faccia (ad es. portare il discorso su un altro argomento per noi neutro). ·

Riconosciamo i segnali della rabbia incipiente. Può darsi che quando cominciamo a sentirci arrabbiati sentiamo le mascelle che si serrano o una tensione dolorosa dietro la nuca o altri segnali del genere. Impariamo a riconoscerli e a considerarli dei “campanelli di allarme”.

Rispondiamo in maniera appropriata a questi segnali. Quando vi rendete conto che state per arrabbiarvi, fate una piccola pausa. Contate fino a dieci, respirate profondamente, guardate cosa c’è al di là di una finestra, qualsiasi cosa vi permetta di “staccare” un attimo di interrompere l’escalation della rabbia. · Prendiamoci del tempo per tranquillizzarci. Se sappiamo che stiamo per affrontare una persona o una situazione che di solito ci suscitano rabbia, facciamo qualcosa che ci permetta, preventivamente, di scaricare la tensione che avvertiamo: ascoltiamo della buona musica, facciamo una passeggiata, dedichiamoci a qualche attività (va bene anche pulire casa o lavare l’automobile). · Non nascondiamo la nostra rabbia.

Se l’atteggiamento o le parole di qualcuno ci fanno arrabbiare diciamoglielo pure apertamente. Tuttavia evitiamo di attaccare verbalmente la persona ricordando tutte le volte che ci ha fatto arrabbiare in passato e non glielo abbiamo detto. Limitiamoci ad esprimere la nostra rabbia per l’episodio attuale e soprattutto poniamo l’accento su come ci sentiamo noi piuttosto su quello che la persona ha fatto per farci arrabbiare. Ad es. è più utile dire “Mi sono arrabbiato quando hai usato quella espressione”, anziché dire “Non fai altro che offendermi” ·

Cerchiamo delle valvole di sfogo.

Cercate dei modi creativi per scaricare la vostra rabbia. Potreste cominciare a dipingere, a scrivere, o comunque creare qualcosa.

· Chiediamo aiuto.

Chiedete a delle persone di cui vi fidate di aiutarvi a trovare delle soluzioni, magari dandovi dei suggerimenti, per gestire la vostra rabbia. Non possiamo impedirci di provare rabbia, ma senz’altro possiamo trovare dei modi per gestirla evitando che essa diventi un serio problema e finisca per farci sentire ancora più dolore.

3. Pensiamo positivo. Cerchiamo di utilizzare un linguaggio interiore che ci trasmetta positività. Tutti noi, con un po’ di sforzo e attenzione possiamo divenire consapevoli di quei ‘pensieri automatici’ che attraversano la nostra mente in ogni momento della giornata.

I nostri pensieri automatici possono essere positivi o negativi. Alcuni di questi pensieri sono logici e ragionevoli, altri derivano da veri e propri “errori cognitivi”, conclusioni a cui giungiamo in maniera irrazionale. L’utilizzo di un linguaggio interiore positivo serve, appunto, ad affrontare gli errori cognitivi e confutare le conclusioni errate confrontandole con pensieri positivi e razionali.

Ecco quali sono le principali forme di pensiero irrazionale:

a. Filtrare.

Potremmo prestare attenzione agli aspetti negativi di una situazione lasciando del tutto fuori della nostra percezione, e dei nostri pensieri, quelli positivi. Ad esempio potremmo concentrare i nostri pensieri su un aspetto non soddisfacente del nostro lavoro, non dando invece alcuna importanza a tutti gli altri aspetti positivi.

b. Personalizzare.

Pensare che quanto di negativo accade intorno a noi sia colpa nostra. Ad es. se una persona non mi saluta è perché è in collera con me (un’ipotesi alternativa è che sia semplicemente distratta)

c. Generalizzare.

Potreste vivere una situazione negativa come il segno che tutto il resto nella vostra vita andrà male. Ad es. quando sentite che il vostro dolore non va via potreste avere dei pensieri del tipo: “Non potrà mai più fare quello che facevo prima”, Sarò sempre un peso per le persone che mi sono vicine”, “Non valgo più niente”.

d. Catastrofizzare.

Quando catastrofizziamo automaticamente anticipiamo il peggio. Ad es. potremmo evitare di uscire o di incontrare degli amici nel timore che ci colga un attacco di dolore. e. Polarizzare.

Le cose possono essere bianche o nere, buone o cattive. Se c’è qualcosa che non va in noi allora siamo da buttare.

f. Emozionalizzare.

Permettiamo ai nostri sentimenti di influenzare i nostri giudizi. Ad es se ci sentiamo stupidi e senza valore allora pensiamo che “siamo” stupidi e senza valore.

Possiamo imparare ad utilizzare un linguaggio interiore positivo. Non è difficile, ma sono necessari tempo ed esercizio.

Nel corso della giornata, fermiamoci e cerchiamo di divenire consapevoli dei nostri pensieri automatici (non scoraggiamoci se non ci riusciremo subito). Può essere utile, soprattutto all’inizio, appuntarli non appena ne diveniamo consapevoli. Esercitiamoci quindi a trovare un pensiero positivo in risposta ad ogni pensiero negativo individuato.

Seguiamo queste semplici regole:

· Non diciamo a noi stessi cose che non diremmo a nessun altro

· Siamo gentili ed incoraggiant

i · Quando diveniamo consapevoli di un pensiero negativo, valutiamolo razionalmente e rispondiamo ad esso con delle affermazioni positive per noi.

4. Impariamo ad essere assertivi.

Spesso ci è difficile dire di no, per diversi motivi, tra cui il timore di perdere l’amore e l’approvazione degli altri. Ma evitare di dire un “no” quando lo desidereremmo e quando pensiamo che sia la cosa migliore per noi, non fa altro che far aumentare il nostro senso di rabbia e di frustrazione, oltre che a farci avvertire ancora di più il dolore. Essere assertivi significa “dire di no”, far valere le proprie ragioni, esprimendo onestamente i propri sentimenti, senza per questo ferire gli altri o ignorare le loro ragioni e sentimenti.

Ecco alcuni suggerimenti per comunicare in maniera più assertiva: a. Osserviamo il nostro comportamento Cerchiamo di dare un giudizio obiettivo sul nostro comportamento mentre comunichiamo con gli altri. Cerchiamo di notare quando riusciamo a comunicare le nostre ragioni in maniera ferma e decisa, senza offendere chi ci è di fronte.

Prestiamo attenzione poi a quando o con chi assumiamo invece un atteggiamento aggressivo, di prevaricazione oppure, al contrario, quando assumiamo un atteggiamento passivo in cui sentiamo che ci stiamo “mettendo da parte” malvolentieri.

Cerchiamo di capire che cosa ha fatto sì che noi assumessimo un atteggiamento passivo o aggressivo e cosa possiamo fare perché ciò non ci ricapiti in futuro. b. Pensiamo prima di rispondere. Non rispondiamo la prima cosa che ci viene in mente.

Pensiamo un attimo quale potrebbe essere la risposta più appropriata per ottenere realmente ciò che desideriamo. c. Prepariamoci. Immaginiamo di dover incontrare una persona con la quale vogliamo avere un atteggiamento assertivo.

Chiudiamo gli occhi, immaginiamo la situazione, le cose che la persona potrebbe dire e il modo in cui vorremmo rispondere assertivamente. Quando la situazione si presenterà davvero, saremo più preparati ad affrontarla.

d. Prestiamo attenzione al linguaggio del nostro corpo. Assumiamo una buona postura (schiena eretta, testa alta) quando comunichiamo e guardiamo il nostro interlocutore negli occhi.

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