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La paura che frena

Ci siamo mai chiesti quanti si sentano realmente realizzati e quanto questo abbia a che fare con la stima che ognuno ha di sè? Spesso, infatti, non tutti portano a compimento i propri sogni in quanto pensano che siano impossibili e difficile da realizzare; si tratta davvero di un’utopia?

Certo, inevitabilmente, guardando le cose da questo punto di vista l’atteggiamento più spontaneo sarà di rassegnazione agli eventi, accompagnato da quella caratteristica “pigrizia” che contribuirà a rendere la vita di ognuno sempre più statica ed uniforme.

In realtà, ciò che ci blocca è dentro di noi e in un certo qual senso “siamo noi“: i freni interni, infatti, che ci impediscono di portare a compimento ciò che vogliamo sono le cosiddette “paure infondate“.

Tali paure, di solito, sono riflessi di proiezioni mentali ed immaginarie che non hanno nulla a che vedere con la realtà; si diventa, così, talmente ansiosi e timorosi da abbandonare i propri sogni senza sapere se i fattori di rischio rappresentino davvero una percezione realistica o, al contrario, distorsioni della fantasia.

Dunque, è opportuno reagire alla paura : innanzitutto, per non lasciarvi paralizzare da essa, vi consiglio di dare uno sguardo a tutto quello che avete già realizzato nella vita; se, ad esempio, aveste sempre avuto timore, in relazione ai rischi ed alla fatica, non avreste concretizzato nulla! Vi consiglio, inoltre, di fare un’analisi dell’origine della paura: se accertiamo che il timore abbia una causa fondata e ragionevole, sapremo che questo stato emozionale potrà agire a nostro favore nel suo aspetto di “avvertenza” e “precauzione” utile ad una migliore realizzazione del proprio obiettivo. Se, invece, si constata che la paura è infondata, sarà necessario il massimo sforzo per superarla.

Senza alcun dubbio il sostegno esterno contribuisce all’incremento delle risposte di adattamento, aiutando la persona a reagire più efficacemente alle situazioni stressanti: è opportuno, allora, non sottovalutare i benefici che possono derivare dalle relazioni con gli amici, con i familiari, così come è utile ricercare il sostegno offerto dalla rete sociale. Saper utilizzare le risorse esterne disponibili, significa rendersi attivo e partecipante, avere, in un certo senso, controllo sia negli eventi del singolo che in quelli collettivi.Si tratta di un uso positivo delle risorse proprie ed altrui, promuovendo non solo il miglioramento personale ma anche un coinvolgimento sociale proficuo.

Lo stato di benessere, quindi, non è da considerarsi esclusivamente come un merito del singolo e neanche solo come conseguente ad opportunità ambientali; si tratta, infatti, di una via di mezzo, ossia l’equilibrio tra le sue volontà e la possibilità di realizzarle in sintonia con il contesto in cui vive.

In linea con quanto detto, potenziare la propria autostima rappresenta uno dei comportamenti più importanti per il raggiungimento non solo di una buona soddisfazione, ma anche di una migliore qualità nei rapporti interpersonali. L’ autostima, ossia la valutazione che ognuno fa di sè, quindi, è secondo la Psicologia del Benessere, “la chiave per accedere alla felicità ed allo star bene”.

Scrivi che ti passa

Molti studi hanno riscontrato che mantenere a lungo dei segreti è malsano. Secondo il prof. James Pennebaker, dell’università del Texas, la tendenza a non parlare delle proprie esperienze di vita sconvolgenti ha gli stessi effetti psicosomatici di una costante inibizione del proprio comportamento (come se ci costringessimo di continuo a stare fermi quando avremmo voglia di correre e di camminare).

In particolare, lo stress dovuto allo sforzo dell’inibizione porterebbe a numerosi cambiamenti accertabili nel sistema vegetativo, ormonale e immunitario, e quindi ad una maggiore incidenza di malattie, come riscontrato in studi effettuati dallo stesso Pennebaker nel 1989 e nel 1997.

Sarebbero soprattutto le esperienze traumatiche dell’infanzia mai rivelate, in particolare quelle a sfondo sessuale, a portare ad una maggiore incidenza di malattie. Si è visto che quando le persone, invece, riescono a tradurre in parole il proprio sconvolgimento emotivo, la loro salute fisica migliora nettamente.

Nei suoi primi studi, il prof. Pennebaker chiese a degli studenti di scrivere i loro sentimenti e pensieri più profondi legati ad esperienze traumatiche. I risultati furono sorprendenti: il semplice atto di rievocare per iscritto le proprie esperienze traumatiche migliorò la loro salute, portò a voti più alti e spesso cambiò la loro vita.

Altri studi hanno dimostrato che scrivere comporta una riduzione del dolore fisico e minor ricorso a farmaci, migliora lo stato depressivo e, addirittura aiuta a trovare lavoro dopo un licenziamento.

Diverse ricerche hanno anche accertato che scrivere o parlare dei propri problemi emotivi ha effetti benefici sulla funzione immunitaria, facilitando fenomeni come la moltiplicazione di cellule T-helper[1], la risposta degli anticorpi[2] al virus di Epstein-Barr[3], e al virus dell’epatite B.

Alcuni studi hanno messo a confronto le parole scritte con quelle incise su un nastro. I risultati sono paragonabili a quelli ottenuti con la scrittura. Allora basta scrivere o incidere su un nastro per stare meglio? Come sempre quando si parla di esseri umani, non è così semplice.

E’ vero che alcuni studiosi (come il Prof. Edward Murray e i suoi collaboratori dell’’Università di Miami), hanno riscontrato che scrivere sulle proprie esperienze traumatiche determina cambiamenti paragonabili a quelli ottenuti parlando con uno psicoterapeuta; ma questi studiosi hanno preso in esame persone che non riferivano di particolari problematiche psicologiche.

In pratica si trattava di soggetti che sentivano di star bene e probabilmente in quel momento non sentivano l’esigenza di chiedere un aiuto ad un professionista. Hanno scritto delle proprie esperienze traumatiche perché era stato loro richiesto. (Inoltre, nel caso degli studenti, la partecipazione all’esperimento può essere stata motivata anche dalla speranza di ottenere un voto più alto all’esame) Nel momento in cui si prendono in considerazione persone che non stanno bene, i risultati cambiano. Uno studio effettuato nel 1996 in Olanda ha dimostrato che anziani colpiti da un lutto recente non traggono alcun beneficio dallo scrivere.

Allo stesso modo, in uno studio condotto in Israele su un gruppo di 14 persone con sindrome Post-traumatica da Stress[4] , si è visto che la metà di coloro cui era stato chiesto di scrivere e di parlare dei loro traumi risultò peggiorare, anche se di poco, rispetto ai soggetti di controllo.

Questi studi dimostrano che il semplice atto di scrivere non ha effetti di per sé in soggetti che possono sentirsi confusi o depressi.

A differenza di quanto di solito si pensa e si dice a chi ha subito un trauma, non basta “sfogarsi” per stare meglio. Non siamo delle semplici pentole a pressione, a cui è sufficiente scaricare il vapore accumulato. Siamo delle persone e abbiamo bisogno di dare un senso alla cose che ci accadono, in particolare agli eventi più dolorosi e inaspettati. Il parlare e lo scrivere di quanto ci è accaduto può avere degli effetti benefici nella misura in cui ci aiuta a “ricostruire” una storia nella quale l’evento doloroso trovi un suo posto, un suo significato.

Una buona “ricostruzione” ci aiuta a comprendere quanto ci è accaduto e ad acquisire una migliore conoscenza di noi stessi; ci consente di organizzare e ricordare gli eventi in modo coerente, e nello stesso tempo integrare pensieri e sentimenti. E’ come se riuscissimo a “mettere ordine” nella nostra mente: possiamo dedicarci alle cose che ci interessano senza ‘inciampare’ continuamente in pensieri e sentimenti che a sembrano sparsi in maniera disordinata nella testa, che sembrano presentarsi quando meno ce lo aspettiamo e lo desideriamo. In conclusione, scriviamo pure dei nostri traumi. Se ci sentiamo abbastanza bene e non è un periodo per noi particolarmente difficile sicuramente ciò ci aiuterà a dare un senso a quanto accaduto e a stare meglio.

Ma se sentiamo di stare attraversando un periodo critico, ci sentiamo confusi e depressi, o stiamo affrontando le conseguenze di un avvenimento che è stato davvero “troppo” per noi, non esitiamo a chiedere aiuto.

Ci sono momenti in cui non basta parlare o scrivere per “ricostruire” una storia che abbia un senso, abbiamo bisogno di qualcuno che ci ascolti con attenzione e competenza e ci aiuti a ‘rimettere insieme i pezzi’ nel modo migliore per noi.

[1] I linfociti sono cellule del sistema immunitario (globuli bianchi) che hanno ruolo fondamentale nella risposta immunitaria, in quanto sono in grado di riconoscere specificamente gli agenti estranei e di sviluppare poi la memoria immunologia verso di essi. I linfociti T-helper devono il loro nome al fatto che il loro compito consiste principalmente nell’aiutare altre cellule del sistema immunitario a svolgere il loro ruolo.

[2] Gli anticorpi sono le proteine del sangue e dei vari liquidi biologici che hanno la funzione di legarsi specificamente alle sostanze estranee presenti nell’organismo per favorirne in vari modi l’eliminazione.

[3] E’ un virus della famiglia degli herpes, responsabile della mononucleosi infettiva

[4] La sindrome Post-traumatica da stress è un disturbo che può insorgere in seguito ad un grave stress, come essersi trovati ad affrontare un evento potenzialmente mortale, aver assistito o aver appreso improvvisamente della morte di persone care.

La sindrome comporta paura, sensazione di inermità, ansia, sogni e pensieri ricorrenti sull’evento.

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