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Panico da traffico

Cause generali

Le cause esatte del disturbo da panico sono ancora in fase di studio. Alcune teorie  attribuiscono il problema sostanzialmente all’ingigantirsi dei sensi di colpa. Infatti la paura più grande di un essere umano, insieme alla paura della morte cui è spesso associata, è di non valere agli occhi degli altri e di poter essere considerato in modo negativo o con ostilità. Oppure si può ingigantire il timore di aver commesso degli atti riprovevoli agli occhi delle persone che ci sono care. Quando però si prova questa sensazione vuol dire che agiscono ricordi emotivi di ferite che ha subito la nostra autostima durante la nostra formazione. Traumi dovuti molto spesso all’inadeguatezza psicofisica rispetto agli adulti con i quali conviviamo e ci confrontiamo, ma anche a episodi che avrebbero potuto essere evitati, come abbandoni, mancanza di affetto, critiche cattive, ferite all’amor proprio. Disturbi che non sono però considerati malattie o anormalità, ma sofferenze legate alle caratteristiche del processo evolutivo della specie umana. Sofferenze inevitabili, ma che possono essere combattute e – in maggiore o minor misura – attenuate.

Riconoscere i sintomi.

A scatenare le prime crisi possono essere lo stress o un fatto molto doloroso come un lutto, un incidente o una separazione:ciò manda in tilt il nostro equilibrio. E così la mente comincia a reagire in modo esagerato a qualsiasi pericolo, anche il più piccolo. Per questo oggi gli attacchi di panico vengono curati soprattutto con la psicoterapia, ma anche con nuovi farmaci, capaci di controllare proprio le reazioni del nostro cervello.

I sintomi di un attacco sono quasi sempre gli stessi. Inizia con un improvviso senso di oppressione e di soffocamento, poi il cuore comincia a battere fortissimo, si suda e si comincia a tremare. Infine arriva il terrore:senza alcun motivo, si prova un’invincibile paura di svenire e poi di  morire. Il tutto dura circa un’ora,poi passa:ma lascia esausti e senza forze.

In Italia tre persone su cento soffrono di attacchi di panico. Ciò significa che nel nostro Paese,i malati sono almeno un milione e mezzo. E le donne sono in numero doppio rispetto agli uomini.

I sintomi  premonitori, come detto, appaiono improvvisamente, senza alcuna causa apparente e  possono includere

  • Terrore, una sensazione che qualcosa di inimmaginabilmente orribile sta per succedere e si è impotenti per prevenirlo
  • Paura di perdere il controllo e fare qualcosa di imbarazzante o di diventare matti
  • Sensazione di morte imminente
  • Pianto
  • Sensazioni di rivissuto (deja-vu)

Non è semplice capire subito che a scatenare questi attacchi è un problema psicologico. Molti pensano di essere colpiti da una crisi cardiaca o di asma. Anche i medici possono sbagliare:uno studio americano ha stabilito che un malato di attacchi di panico viene visitato,in media,da almeno sei specialisti prima di riuscire ad avere la diagnosi giusta. E questo significa che,nella grande maggioranza dei casi,si viene curati troppo tardi. Se non si interviene subito, infatti,tenere la situazione sotto controllo diventa molto difficile. Dopo le prime crisi scatta la cosiddetta ansia anticipatoria, cioè si ha continuamente paura che l’attacco si ripeta. Per questo si evitano le situazioni, o i luoghi, in cui si è già stati male. Diventa impossibile salire sui tram,sui treni,sulle auto. O anche entrare in ascensore. Nei casi più gravi, la sola idea di uscire di casa scatena un attacco.

 Perché nel traffico.

 Crisi  di panico in aumento sono quelle che si verificano all’improvviso in mezzo al traffico. I pazienti raccontano che,in auto,avvertono arrivare senza segni riconoscibili una paura inspiegabile che blocca le capacità di guida:i riflessi si appannano e sembra di perdere il controllo di se stessi.E’ più frequente in autostrada in mezzo ad automezzi pesanti e sulla corsia centrale, laddove si possa avere l’impressione di essere bloccati e di non avere vie d’uscita che consentano un controllo delle proprie volontà. Analogamente si può scatenare prima o durante un percorso in galleria,maggiormente se la galleria è lunga e non si veda l’uscita.Le forze sembrano mancare con conseguente paura del pericolo imminente per sé e per gli altri, e l’unica cosa che  si vorrebbe fare è cedere il volante ad un altro autista. Il panico del traffico può iniziare anche giorni prima dei viaggi, o appena ci si mette alla guida.

Un consiglio pratico è quello di mettersi,in autostrada,sulla corsia di destra a minore velocità:questo consente di controllare una via di fuga(sosta di emergenza,motel,piazzole)e quindi di avere la sensazione di una maggiore tranquillità. Altro consiglio è quello di sorseggiare una bottiglietta d’acqua,in modo da calmare l’arsura e distrarre l’attenzione. Inoltre può essere utile masticare chewingum, per fare movimenti ritmici che consentano di bruciare l’adrenalina.

Terapie su misura.

 Se viene diagnosticato e curato efficacemente però, questo disturbo è curabilissimo. Se il vostro medico non ha trovato alcuna malattia e i sintomi si ripetono, chiedete aiuto ad uno psicoterapeuta. O ai centri ospedalieri per la cura dei disturbi d’ansia. Nella maggior parte dei casi è efficace una “terapia integrata” che prevede l’uso di farmaci ma anche un aiuto psicologico. Le prime sedute

servono soprattutto per conoscere meglio gli attacchi.Il paziente impara a individuare i sintomi e a tenerli sotto controllo con semplici tecniche di rilassamento.Ma lo psicoterapeuta aiuta anche a spezzare il circolo vizioso dell’ansia e a capire che non esistono legami tra  i posti che si frequenta e la malattia. In questo modo,dopo qualche tempo,il malato sa controllare meglio le crisi e può ricominciare gradualmente a fare una vita normale.

 Ecco  cosa fare subito.

 Come bisogna comportarsi se arriva un attacco  di panico?

Ecco i consigli degli specialisti:

*Durante la crisi, il corpo produce adrenalina. Per bruciarla camminate, o fate esercizio fisico. Oppure tendete e rilassate i muscoli delle braccia, delle cosce, gli addominali, i pettorali, le mascelle.

*Respirate in modo profondo e ben ritmato.

*Contate, cantate, parlate ad alta voce o leggete: è un buon metodo per evitare di concentrarsi troppo sulla paura.

*Distraete il cervello, focalizzando l’attenzione su altri pensieri più forti, di maggiore piacere e/o di maggiore impatto (ricordi, fantasie anche sessuali, progetti imminenti, problemi familiari…).

 

 

Graffiti e tag: forma d’arte o disagio giovanile?

Volendo analizzare i retroscena psicologici del fenomeno in crescita dei writers, bisogna fare una precisazione tra graffiti e tag: i primi sono una forma di espressione artistica per mezzo immagini più o meno complesse, mentre le seconde sono segni o firme velocemente eseguiti con un colpo di spray.

Ogni ragazza o ragazzo che entra a far parte del popolo degli disegnatori-scrittori assume un nuovo nome proprio e un suo alfabeto che lo distinguono dagli altri. Omologazione e differenziazione sono processi alla base dell’ inclusione in un gruppo di writers (detto crew): si rinasce con un altro nome, con peculiarità che vengono trasmesse sui muri, metro, treni ecc… La parete diviene lo specchio della propria identità in divenire, del fluire dei propri pensieri, un mezzo che include e racconta.

Ma è solo questo?

Non sempre chi scrive sui muri è un writers, non tutti ne fanno parte. Far parte di una crew non è così facile e scontato. Bisogna avere delle caratteristiche coerenti con quelle degli altri membri del gruppo; particolarità non solo fisiche, ma anche culturali e sociali.

Chi appone le firme su muri appena dipinti, su negozi o palazzidà segno di inciviltà e spesso non merita la stima dei veri artisti dell’aerosol, ovvero coloro che disegnano i muri con le bombolette . In tal caso la scritta è espressione di vacuità, di qualcuno che non ha niente di meglio da fare e, se ciò accade ad un giovane, rappresenta un segnale molto triste di un disagio personale che, se si estende, può diventare disagio sociale.

Una forma di comunicazione personale che rappresenta un gesto di autoaffermazione e trasgressione nello stesso tempo.

Sulla valenza comunicativa dei graffiti, e degli slogan che spesso li accompagnano molti semiotici e studiosi di comunicazione sono d’accordo ma allora dove si collocano i tag? 

Lasciare la propria firma è un modo per dire io esisto, sono passato di qui e ho lasciato un segno che mi farà ricordare e riconoscere con la mia nuova identità. Una inequivocabile richiesta d’attenzione in una società troppo affollata e distratta.

A questo fenomeno si aggiungono i “poeti dei muri”, cioè coloro che scrivono frasi d’amore sotto le case delle innamorate o nei luoghi comuni per la loro “banda”.

Questo tipo di espressione scaturisce probabilmente da una dirompente voglia di gridare al mondo i propri sentimenti, per scaricare le proprie sensazioni e paure o per vincere la timidezza di dire le stesse cose faccia a faccia.

Un’ urgenza comunicativa, spesso intima e focalizzata su una sola persona, che non può e non vuole aspettare lettera, telefonata, e.mail, sms, mms – nient’altro.

Le “voci” che “gridano” sui muri possono nascere da un’esigenza estetica, oppure dal mero bisogno psicologico di mettersi in mostra, di delimitare il territorio o di far vedere al mondo che “io ci sono e posso”.

La sostanziale differenza sta nel fine: i “veri “writers non sono teppisti e cercano l’abbellimento estetico di zone degradate , o la comunicazione di messaggi di protesta; i “poeti dei muri” non si curano della bellezza del prodotto, perché, la loro è solo una forma di comunicazione fine a se stessa; l’espressione di un bisogno di lasciare traccia di se.

Questo, sottolinea l’aspetto egocentrico dello “scarabocchiare” sui muri.

Si può scrivere sui muri per tanti motivi diversi: per alleviare tensioni, per raccontarsi , per sfidare l’illegalità. Non c’è dubbio che nei tag e nelle scritte sulle pareti ci sia un segnale di disagio e difficoltà nell’espressione attraverso mezzi canonici di comunicazione.

Nelle scritte scaturisce la necessità interiore di raccontarsi, di manifestarsi, di esteriorizzare la storia che scorre lungo i fiumi dell’interiorità.

Attraverso spray e bombolette si esteriorizzano stati d’animo come la rabbia, la confusione, la trasgressione, ma anche la felicità e l’amore (corrisposto o no).

Gli esperti la chiamano comunicazione povere urbana. Povera perché di limitata qualità e contenuti: le frasi perdono il valore di ribellione che potevano avere in tempi di protesta.

Non sono più “pasquinate” , ne slogan che hanno un significato connotato politicamente e/o socialmente, sono solo sfoghi impulsivi e spesso incomprensibili.

Eppure qualcosa queste scritte ci dicono: ci segnalano la volontà dell’autore di raccontare parte dei propri vissuti, di lasciare che sia una superficie a mostrare i suoi sentimenti.

Forse la società è troppo presa dal suo veloce mutare per accorgersi dei singoli e di loro stati d’animo. I ragazzi sentono il bisogno di esprimersi, farsi notare, sfogare le proprie paure e insicurezze. Vogliono poter far parte di una comunità, di un gruppo che li protegge e gli dà la possibilità di sentirsi qualcun altro: un nuovo nome è come una nuova identità. Un’identità più matura, di uomo e non ragazzino.

Per di più nasce il bisogno di emulare chi già scrive sui muri per sentirsi più importanti e mostrarsi al mondo diversi: non più bambini.

La transizione dall’adolescenza all’età adulta è lunga e difficile e spesso i ragazzi hanno l’impressione che nessuno li ascolti, e li capisca.

Nel periodo dello sviluppo della propria identità si inizia a sentire l’esigenza di riflettere sull’immagine di sé, e a volerla comunicare agli altri.

Tanti sono gli ambiti in cui questa maturazione avviene: vi è l’ambito familiare innanzitutto; quello scolastico e del gruppo spontaneo; le strutture per adolescenti e non. Tutte queste occasioni di socializzazione e crescita individuale hanno però un elemento in comune, un elemento fondamentale per lo sviluppo della persona: il gruppo.

In questo periodo, le figure genitoriali, e in genere quelle adulte, non bastano più, e si ha bisogno di termini di paragone simili al proprio. Inizia così il desiderio di essere accettati (bisogno di affiliazione) e di conformarsi alla propria comitiva di riferimento (bisogno di appartenenza).

E’proprio durante l’adolescenza che i coetanei diventano il più importante oggetto di confronto sociale e rappresentano un riferimento normativo e comparativo per valutare in modo autonomo, al di fuori del controllo degli adulti, il proprio comportamento e le proprie scelte, quindi costituiscono un supporto sociale per affrontare i problemi connessi alla crescita.

Nel periodo adolescenziale è l’amicizia, e il consenso dei coetanei, ad essere fondamentale; normale è quindi la ricerca da parte dell’adolescente di una crew acui appartenere e da cui sentirsi protetto e spalleggiato.

Il gruppo dei pari è come un “laboratorio di sperimentazione sociale”, è un vero e proprio strumento di sostegno affettivo ed emotivo, che è in grado di incidere nella costruzione della reputazione e visibilità sociale da parte dell’adolescente. E’ tale l’esigenza di una valutazione in positivo, da parte del gruppo di coetanei a cui si vuole appartenere, che spesso la preoccupazione fondamentale da parte dell’adolescente si trasforma, dall’ansia di scoprire chi si è, a quella di scoprire chi si deve essere, per far parte della ristretta cerchia di “eletti” del suddetto gruppo.

L’imitazione nasce da questa necessità di essere parte di un nucleo in cui sentirsi a proprio agio: liberi di esprimersi senza essere giudicati.

Il gruppo è un microcosmo dove “fare le prove generali” per sperimentare la propria indipendenza dagli adulti, e capire chi si è.In questo processo gli adulti hanno un ruolo molto delicato: devono riuscire a seguire la crescita dei propri figli rendendosi disponibili al dialogo , alla comunicazione bidirezionale ealla pari.

Le scritte sui muri, se non sono concepite come forme artistiche, possono essere espressione di un disagio, un vissuto troppo forte per essere fatto tacere. Sarebbe meglio poterne parlare invece di dover comunicarlo su una parete.

 

La creatività: via verso il benessere

La conquista del benessere, che nasce anche da un’armonia del soggetto con il mondo esterno, è il risultato di una serie di fattori; la scoperta e, spesso, la riscoperta della creatività, da parte dell’individuo, può essere uno dei modi più efficaci di far affiorare parti della nostra personalità spesso soffocate o represse. Di conseguenza, il soggetto, riuscendo ad esprimere la propria creatività, riassapora sensazioni positive legate naturalmente all’estrinsecazione di questa dimensione.

La nostra vita quotidiana è, infatti, scandita dai ritmi quotidiani organizzati su alcuni punti di riferimento, ossia quelle apparenti certezze che l’individuo costruisce per affrontare meglio il fluire della vita stessa : il lavoro, la famiglia, sono, infatti, piccole micro organizzazioni sociali dove si riveste solitamente un ruolo ben definito.

Quante persone sono soddisfatte del proprio lavoro, o meglio, quante persone vivono passivamente la propria attività lavorativa spesso lamentandosi del loro stipendio o dei rapporti con i colleghi? E le casalinghe? Perché si parla sempre di casalinghe insoddisfatte?

Forse hanno dimenticato o addirittura sepolto per ragioni diverse la loro creatività!

In ambiti diversi, le casalinghe, ormai fossilizzate nel loro standardizzato ruolo di madri a tutto campo, il classico signor Travet, immagine un po’ forte della robotizzazione dell’uomo-lavoratore, continuano a vivere l’ esistenza soffocando probabilmente una delle loro facoltà più significative: la creatività. Sì, questo strano e tanto decantato dono che possediamo e che viene spesso rimosso per uniformarci noiose etichette sociali o per non scoprire altri lati vincenti della nostra personalità.  Su quest’aspetto, diversi studi hanno focalizzato l’attenzione su quegli individui che sembrano completamente privi di creatività ; in realtà, la loro sofferenza psicologica, l’incapacità di rispondere con un buon equilibrio alle difficoltà della vità, ha influito notevolmente sulla loro fantasia. Ciò ha portato, con il tempo, all’eccessiva rimozione di questa dimensione.

Nella società moderna, dove gli individui vivono costantemente il pericolo di una limitante omologazione, si parla sempre più di creatività e del suo sviluppo, anche se, in realtà, gli ambiti in cui viviamo, come quello familiare e lavorativo, ci aiutano spesso per diverse ragioni a mortificarla. Ma cos’è più specificatamente? Sia gli specialisti che i profani la definiscono come la capacità di inventare qualcosa di nuovo; ma cosa si intende per nuovo?

A questo riguardo, sono interessanti alcune recenti ricerche che hanno focalizzato l’attenzione sulla distinzione fra intelligenza e creatività arrivando alle seguenti conclusioni: il pensiero convergente, proprio del ragionamento logico si distingue dal pensiero divergente, dove la risoluzione di un problema viene affrontato con soluzioni diverse ed innovative da parte del soggetto sfruttando quindi la propria creatività. In questa direzione, tali ricercatori hanno indagato sui processi mentali dell’individuo nell’estrinsecazione delle sue capacità creative ; N. Jausovec, psicologo dell’università di Maribor, ha messo a confronto l’attivazione del cervello in compiti convergenti e divergenti scoprendo che, nelle persone particolarmente creative, si riscontra un accoppiamento di aree della corteccia cerebrale distanti anche se il loro cervello riesce a farle lavorare più efficacemente.

Questa digressione sulla natura della creatività, che si avvale delle ultime scoperte in campo neurofisiologico, serve quindi a farci conoscere il mistero di quella facoltà mentale che, come si è visto, è sviluppata in modo diverso negli individui.

Al di là di queste interessanti considerazioni, la scoperta o la riappropriazione di questa capacità presuppone necessariamente una volontà soggettiva di aprire i propri orizzonti mentali.

L’artista, il pittore, il coreografo, il ballerino : non è un banale elenco di professioni, ma soltanto una breve lista di lavori dove i soggetti riescono ad esprimere in parte e, in alcuni casi, totalmente la loro creatività. Spesso le persone creative sono viste, nell’opinione comune, come persone originali, stravaganti, fuori della norma ! Ma è proprio qui il nocciolo della questione! E’,infatti, proprio nell’uscire da ruoli stigmatizzati che l’individuo inizia il proprio cammino nella scoperta della creatività.   La persona con queste doti si pone, infatti, fuori da ogni regola e, quindi, diviene automaticamente il diverso, il trasgressore, l’irregolare ; il suo unico credo è il suo istinto creativo che non ubbidisce a nessuna legge stabilita.

Ma in che modo la creatività può essere un’utile via al raggiungimento del nostro benessere ?

Un primo passo, in questa direzione, è la volontà di modificare, nella nostra vita quotidiana, i ritmi ed i tempi troppo prefissati che soffocano la nostra esistenza, ossia piccole strategie che possono rivitalizzare la nostra fantasia : la riorganizzazione di diversi momenti della giornata, la possibilità di suggerire o ancora meglio di apportare novità o intuizioni in campo lavorativo, lo stravolgimento di una rigida organizzazione familiare.

Questo primo passo è, già, un traguardo importante : la capacità di ricostruire, sulla base della nostra sensibilità ed esperienza, contenuti umani universali, di pensare ad un’idea, ad un concetto magari già espresso da altri non significa assenza di originalità! E’ la nostra personale riassunzione, rielaborazione di questi contenuti che fa emergere la nostra potenzialità.

Ecco, quindi, che la creatività può farci bene facendo riemergere, come diceva un famoso scrittore “il fanciullino che è in noi” ossia quella parte infantile che abbiamo soffocato, o forse dimenticato, per una serie di ragioni.

Su questa linea, dobbiamo legarci alla nostra volontà di renderci creativi, di avere il piacere e di sperimentare cose nuove e, quindi, di spingere ed attivare il nostro mondo interiore verso quella direzione ; tale processo è, senza dubbio, faticoso in quanto comporta necessariamente la riassunzione di una parte di noi che non tutti però siamo disposti ad accettare e a vivificare spesso per paura di aprirsi al cambiamento.

Tali paure nascono proprio dall’apparente protezione dell’uniformità, il gruppo che ingloba la tua personalità e ti accetta proprio perchè non sei più tu con la tua individualità, ma un tutt’uno con il gruppo……..

La creatività è, invece, sinonimo di libertà, autonomia, consapevolezza delle proprie capacità e conseguente volontà di esprimerle senza timori dei giudizi altrui, spesso vere e proprie forze negative che sopprimono lentamente abilità creative individuali eccezionali !

E allora, uomo a te l’ardua scelta : incatenato , uniformato in rigide barriere, non creativo e spesso insoddisfatto oppure vivace, libero, stravagante e semplicemente unico nelle tue capacità di creare ogni giorno la tua esistenza!

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