Categoria: Benessere

La depressione in bambini adolescenti

Come dimostrato da recenti ricerche i disturbi depressivi si presentano soprattutto nel periodo adolescenziale (1). Questo è un periodo particolarmente difficile, soprattutto per le ragazze (2-4). Scarse capacità di contatto interpersonale associate a processi di pensiero negativi, possono creare grosse difficoltà all’adolescente che cerca di modificare le sue relazioni con i coetanei e soprattutto con i familiari: a questa età il desiderio di autonomia va di pari passo con l’esigenza di sentirsi ancora protetti, l’esigenza di sovvertire ogni ordine dato si accompagna alla necessità di avere comunque dei punti di riferimento. Inoltre l’adolescente deve confrontarsi con il suo desiderio di emergere in un ambiente sociale e scolastico molto competitivo. Diverse possono essere le cause della depressione in bambini e adolescenti:

Eventi particolarmente stressanti (esposizione a violenze nell’ambiente sociale o familiare, difficoltà economiche, abusi nell’infanzia, lutti, separazione o divorzio dei propri genitori) a questa età possono influire sull’insorgenza di sintomi depressivi, sul rendimento scolastico e sull’assunzione di comportamenti a rischio di vario genere.

Caratteristiche cognitive individuali che possono influire sulla percezione degli eventi negativi.

Depressione di uno o entrambi i genitori. I figli di un genitore depresso hanno una probabilità quattro volte superiore alla norma di soffrire di disturbi dell’affettività.

Scarsa autostima. La stima di sé si forma proprio nell’età adolescenziale e nasce dal giudizio su di sé che il bambino percepisce da parte dei genitori, coetanei e insegnanti

Scarse abilità sociali.

La scuola rappresenta una palestra fondamentale per l’acquisizione di competenze sociali ed emotive che possono risultare protettive nei confronti della psicopatologia e soprattutto dei disturbi depressivi in bambini e adolescenti. Ma, contemporaneamente può anche essere il luogo il cui il bambino e il ragazzo sperimenta degli eventi negativi che possono influire sulla sua autostima e sul concetto di sé. Bambini di 5-9 anni che percepiscono una disistima da parte dell’insegnante e che non si sentono accettati dai propri compagni hanno elevate probabilità di presentate disturbi depressivi in adolescenza (5-7). E’ molto probabile che bambini che a 8 anni sono vittime di bullismo o di altre forme di vittimizzazione a 9 anni sviluppino sintomi depressivi, soprattutto se femmine (8). Programmi scolastici volti a promuovere le competenze emotive e sociali possono prevenire il rischio di depressione in bambini e adolescenti.

Già negli anni 70-80 numerosi programmi di tal genere sono stati sperimentati negli Stati Uniti e in Inghilterra (9).Snow e coll. nel 1987 (10) hanno rilevato risultati postivi a seguito di un programma in cui i ragazzi erano formati nella gestione dello stress fornendo loro le competenze per utilizzare la rete sociale nei momenti difficili, nella presa di decisioni, nella comprensione delle dinamiche di gruppo. Contemporaneamente erano state potenziate le competenze educative dei genitori.Shelking e coll, sempre nel 1987 (11) hanno insegnato a bambini e docenti le tecniche del problem solving e promosso una maggiore partecipazione dei genitori alla vita scolastica.Interessante è il programma effettuato da Solomon e coll. nel 1986 (12), articolato in 5 settori:

Attività di aiuto. I bambini vengono incoraggiati a sostenere i compagni sia nei momenti di difficoltà che nei lavori scolastici.

Chiarificazione dei valori prosociali. I docenti spiegano quali siano i fondamentali valori prosociali e ne discutono con gli alunni. Rinforzano, non appena si verificano, i comportamenti spontanei adeguati.

Promozione della comprensione sociale. Vengono lette storie, a cui seguono discussioni di gruppo, in cui si esplorano le motivazioni, i sentimenti e i bisogni dei vari personaggi. Per sviluppare sentimenti di solidarietà e promuovere il riconoscimento del valore della diversità, vengono usate storie i cui protagonisti sono di cultura, età, sesso diversi. Si attuano discussioni sui vari eventi che si svolgono in classe.

Sviluppo della disciplina. Attraverso uno stile educativo democratico, gli insegnanti stimolano lo sviluppo di un’autodisciplina fondata sull’individuazione collettiva di regole di comportamento e sull’impegno comune nel rispetto delle stesse.

Apprendimento cooperativo. Si adotta il lavoro di gruppo sia per le attività scolastiche che sociali. Gli insegnanti fanno riflettere i ragazzi sulla necessità dell’interdipendenza, sull’opportunità di capire e considerare sia il proprio comportamento che quello degli altri, sulle funzioni da raggiungere all’interno del gruppo per un buon raggiungimento dell’obiettivo.

I ragazzi che avevano partecipato al programma si sono rivelati più autonomi, più capaci di prendere decisioni, di comprendere i problemi interpersonali comuni e di risolverli. Più di recente altri programmi, con obiettivi più specifici, hanno dato risultati positivi. In Scandinavia è stato attuato, nel 1994, un programma finalizzato alla riduzione del bullismo nella scuola (13)Negli Stati Uniti due programmi, nel 1992 e 1988 hanno avuto come obiettivo la prevenzione dei comportamenti antisociali (14) e l’aiuto ai bambini socialmente svantaggiati (15). Dal momento che la possibilità di prevenire l’insorgenza di tale disagio in un’età così delicata può avere influenza sul benessere dell’individuo nell’intero corso della vita è fondamentale che la scuola si interroghi sul suo ruolo in tal senso. “Poiché a moltissimi giovani il contesto sociale non offre più un punto d’appoggio sicuro nella vita, le scuole restano il solo istituto al quale la comunità può rivolgersi per correggere le carenze di competenza emozionale e sociale dei ragazzi. Questo non significa che esse da sole possano sostituire istituzioni sociali prossime al collasso. Ma poiché quasi tutti i bambini vanno a scuola, almeno all’inizio, la scuola è un luogo che permette di raggiungere ognuno di essi e di fornirgli lezioni fondamentali per la vita che, altrimenti non potrebbe mai ricevere” (16).

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L’Esercizio fisico aiuta a combattere l’ansia e la depressione

E’ormai accertato che l’esercizio fisico ha un effetto positivo non soltanto sul fisico (aiuta a combattere stati di ipertensione, diabete, obesità e altre patologie) ma anche sulla mente. In particolare si è visto che un’attività fisica regolare può alleviare i sintomi dell’ansia e della depressione e prevenirne le ricadute.

Secondo la prof. Kristin Vicker-Douglas, una psicologa della Clinica Mayo (Rochester, Minnesota), l’esercizio fisico può espletare i suoi effetti benefici sullo stato psicologico in vari modi:

  • Migliorando la sensazione di efficacia e di fiducia in se stessi. Spesso quando siamo depressi ci sentiamo incapaci di prenderci cura di noi stessi e di assumerci delle responsabilità. Se ci poniamo un obiettivo, per quanto minimo (possiamo decidere di camminare per 10 minuti al giorno), e ci rendiamo conto di essere riusciti a raggiungerlo ci sentiremo più “capaci”, più fiduciosi nelle nostre possibilità di raggiungere delle mete e quindi di gestire i nostri sintomi depressivi.
  • Offrendo delle distrazioni positive. Quando ci sentiamo depressi o ansiosi è facile che non riusciamo a concentrarci su niente di diverso da noi, dai nostri sintomi e dalle conseguenze di essi. Questa ruminazione ci impedisce di affrontare in maniera efficace le nostre difficoltà. L’attività fisica ci aiuta a focalizzarci su pensieri e progetti più piacevoli e positivi.
  • Aumentando la nostra autostima. Quando ci sentiamo ansiosi o depressi la nostra autostima può venire meno. Fare dell’esercizio fisico, anche moderato, può farci sentire più attraenti fisicamente e più ‘meritevoli’. Se facciamo qualcosa per noi, vuol dire che siamo abbastanza importanti da concedercelo.
  • Permettendoci di effettuare un confronto positivo. I cambiamenti che avvengono nel nostro organismo mentre svolgiamo un attività fisica – cambiamenti nel respiro, sudorazione, aumento delle pulsazioni – sono simili a quelli che avvertiamo in caso di ansia o addirittura di attacchi di panico. Ma nel caso dell’attività fisica questi cambiamenti non sono associati ad una situazione di sofferenza emotiva. Con il tempo può verificarsi, in questo modo, una sorta di de-condizionamento: alcuni segnali fisici che prima suscitavano paura e venivano associati ad una situazione di pericolo – incrementando in questo modo il circolo vizioso dell’ansia e degli attacchi di panico – adesso vengono associati a situazioni piacevoli o neutre, e di conseguenza non spaventano più.
  • Fornendoci dei rinforzi ambientali. Spesso quando siamo depressi tendiamo ad isolarci. Fare dell’attività fisica all’aria aperta o in palestra ci permette di entrare in contatto con la natura o con altre persone e di poter sperimentare le sensazioni positive che provengono da questi contatti.
  • Aiutandoci a sperimentare dei nuovi modi per combattere i nostri stati d’animo negativi. Spesso si cerca di affrontare i propri stati di ansia e depressione ritirandosi in se stessi, rimuginando, o addirittura mettendo in atto comportamenti dannosi per la nostra salute (bere, abusare di farmaci o altre sostanze). Fare qualcosa di ‘attivo’ per stare meglio rinforza la fiducia nella nostra capacità di affrontare le difficoltà in maniera efficace.

 

Ovviamente, sapere che ci fa bene non significa automaticamente riuscire ad iniziare e a mantenere nel tempo un programma di esercizio fisico.

La maggior parte delle persone si propone di iniziare un’attività fisica regolare (fare jogging, andare in palestra) ma o non inizia affatto oppure interrompe dopo breve tempo. Per tutti è difficile tener fede a tali propositi, tanto più lo è per le persone che soffrono di depressione. Tali persone, più delle altre, fanno davvero fatica ad iniziare delle attività nuove e impegnative (anche se l’impegno può essere minimo) e a mantenerle nel tempo. Le persone depresse tendono a sentirsi prive di energia, demotivate. Vediamo cosa possiamo fare per aiutarci a superare l’inerzia iniziale e a mantenere l’impegno nel tempo:

  • Cerchiamo di identificare ciò che potrebbe piacerci di più. Cerchiamo di immaginare quale tipo di attività fisica potrebbe essere più consona per noi. Potrebbero esserci delle attività che non faremmo mai e altre che invece ci sembra più naturale e gradevole fare (potremmo odiare lo sci, ma pensare al nuoto come qualcosa di piacevole e rilassante)
  • Poniamoci degli obiettivi ragionevoli. Non dobbiamo certo diventare dei maratoneti o costringerci a fare un’ora di jogging al giorno. Basta veramente poco per ottenere degli effetti: possiamo decidere di parcheggiare la macchina più lontano o scendere qualche fermata di autobus prima e poi raggiungere il lavoro a piedi, oppure concederci dieci minuti di passeggiata in un parco. Adattiamo i nostri obiettivi alle nostre necessità e possibilità.
  • Cominciamo dal poco e andiamo avanti. Cominciamo da ciò che siamo in grado di fare, traiamone soddisfazione e poi poniamoci degli obiettivi che siano sempre leggermente più alti. Se pensiamo che l’ideale sarebbe camminare 60 minuti al giorno e ci rendiamo conto di riuscire a camminarne appena cinque, ci sentiremo senz’altro insoddisfatti del risultato e ancora più depressi. Cominciamo invece a “goderci” i nostri cinque minuti di passeggiata e appena ce la sentiamo incrementiamoli. Per la maggior parte delle persone depresse la cosa più difficile è iniziare: indossare le scarpe e uscire può richiedere una fatica enorme. Concentriamo quindi le nostre energie su questo inizio.
  • Adottiamo delle strategie a breve termine. Può darsi che ci siamo iscritti ad una palestra e abbiamo pianificato il nostro programma di allenamento per i prossimi sei mesi. Ciò va benissimo. Ma teniamo a portata di mano delle strategie prontamente utilizzabili per affrontare degli stati d’animo negativi che possono affiorare all’improvviso (ad es. fare il giro del quartiere in bicicletta).
  • Non pensiamo all’attività fisica come adun peso. L’esercizio fisico non deve diventare un altro dei “doveri” della nostra vita. Non “dobbiamo” muoverci per forza, così come non siamo costretti a recarci dallo psicoterapeuta o a prendere dei farmaci, ma sono tutte cose che ci aiuteranno a stare meglio.
  • Riconosciamo gli ostacoli. Cerchiamo di divenire consapevoli di cosa ci impedisce davvero di svolgere attività fisica. Ad esempio, potremmo renderci conto che non abbiamo mai frequentato una palestra perché ci da fastidio che gli altri ci osservino mentre facciamo dell’esercizio fisico. In tal caso è opportuno aggirare quest’ostacolo optando per un’attività che non ci ponga a contatto con gli altri (passeggiare in un parco, fare un giro in bicicletta in un posto poco frequentato).
  • Siamo preparati alle difficoltà e ai ‘passi indietro’. Fare dell’attività fisica non è sempre facile o piacevole. A tutti può capitare di essere colti dalla pigrizia o di inventarsi delle ‘scuse’ per non rispettare il programma che ci si era proposti. Non cadiamo nella trappola dell’”autodenigrazione” per ciò che non siamo riusciti a fare. E’ molto facile per le persone depresse biasimarsi e rimuginare sul fallimento: concentriamo invece la nostra attenzione su ogni passo fatto nella direzione giusta, e gratifichiamoci per esso. Pensiamo che il processo di cambiamento non è affatto facile e gli ostacoli e i ‘passi indietro’ ne fanno parte.

 

Depressione post-partum: che cos’è e come affrontarla

Dopo la nascita di un bambino può capitare che la donna non si senta così felice come pensava di essere. Al contrario, può sentirsi triste senza motivo, irritabile, incline al pianto, “inadeguata” nei confronti dei nuovi ed impegnativi compiti che la attendono.

Nella maggior parte dei casi questo stato d’animo e del tutto fisiologico e passeggero, nel giro di pochi giorni, questi sentimenti negativi passano e la donna può godere appieno della vicinanza del suo piccolo. Si parla in questi casi di “baby blues”, uno stato depressivo temporaneo e senza nessuna conseguenza. Si stima che circa il 70%-80% delle donne soffra di questo disturbo.

Ben più seria, e sicuramente da affrontare con l’aiuto di uno specialista, è la “depressione post-partum”, che colpisce circa il 10% delle donne che hanno avuto da poco un bambino. La depressione post-partum può verificarsi indipendentemente dall’ordine di nascita del bambino: non è detto che una madre che non ne abbia sofferto in seguito alla nascita del primo figlio non possa soffrirne dopo la nascita di altri figli.

Nessuno sa dire con certezza cosa provochi la depressione post-partum. Certamente si possono identificare una serie di cambiamenti che avvengono dopo il parto e che possono portare ad uno stato depressivo:

  • Cambiamenti a livello fisico.

o       Il livello di ormoni quali l’estrogeno e il progesterone cade drammaticamente nelle ore successive al parto.

o       Può essere presente una spossatezza dovuta al travaglio e al parto o alla necessità di riprendersi da un intervento chirurgico in caso di taglio cesareo.

  • Aspetti emotivi che possono influire sull’autostima della donna e sulla sua capacità di affrontare lo stress del puerperio:

o       Sensazione di inadeguatezza

o       Percezione di uno scarso sostegno da parte del partner

o       Aver vissuto di recente eventi stressanti importanti

  • Credenze rispetto all’essere madre:

o       “La maternità è una questione di istinto”. Non è facile gestire un neonato. Alcuni aspetti della cura di un neonato vanno appresi, così come qualsiasi altra abilità nella vita.

 

 

o       “Mio figlio sarà perfetto”. Non sempre (o quasi mai) i bambini sono così come ce li siamo immaginati. A cominciare dall’aspetto fisico, per non parlare dei ritmi sonno-veglia, dell’alimentazione, etc.

o       “Sarò una madre perfetta”. Una donna può pensare di non essere all’altezza del suo compito, di essere inetta se non riesce a fare “tutto e bene”.

I sintomi che possono far sospettare una depressione post-partum includono:

  • Sentirsi quasi sempre irrequiete o irritabili
  • Sentirsi tristi, depresse o avere molta voglia di piangere
  • Non avere energie
  • Mal di testa, dolori addominali, tachicardia, difficoltà a respirare.
  • Insonnia
  • Inappetenza e perdita di peso
  • Mangiare in maniera eccessiva e soprappeso
  • Difficoltà di concentrazione e di memoria; non riuscire a prendere delle decisioni
  • Preoccupazione costante nei confronti del bambino (in assenza di problemi oggettivi)
  • Disinteresse nei confronti del bambino
  • Sentimenti di colpa e di disistima
  • Timore di poter fare del male al bambino o a voi stesse
  • Perdita di interesse o piacere in ciò che si fa.

 

Cosa può fare una donna che sta sperimentando questi sintomi? Innanzitutto se lo stato depressivo è serio e interferisce con lo svolgimento delle nostre attività quotidiane non esitiamo a rivolgerci ad uno specialista. Potrebbe essere anche necessario assumere dei farmaci per un periodo. E’ importante affrontare seriamente la depressione post-partumperché può avere delle conseguenze a lungo termine sulla vita della donna che la sta sperimentando e su quelle della sua famiglia, soprattutto del neonato. Se invece stiamo sperimentando alcuni dei sintomi su elencati ma essi non interferiscono pesantemente con la nostra vita quotidiana ecco cosa possiamo fare per evitare che il nostro stato depressivo si aggravi e per ritrovare il benessere perduto:

  • Cerchiamo qualcuno con cui poter parlare di come ci sentiamo. Parlare con altre mamme e sentire che non siamo solepuò aiutarci a vivere il nostro stato d’animo in maniera diversa
  • Prendiamoci del tempo per stare con il nostro partner e parlare di quanto sia cambiata la nostra vita. Esprimiamo sinceramente i nostri sentimenti e le nostre preoccupazioni.
  • Lasciamo che amici e parenti ci diano una mano nella gestione della casa e del bambino. Facciamoci aiutare nelle faccende domestiche e deleghiamo anche qualche pasto notturno al papà (se si allatta al seno si può sempre tirare il latte con un tiralatte e conservarlo in frigo o in freezer, al momento opportuno il papà potrà offrirlo al piccolo con il biberon).
  • Prendiamoci del tempo per noi stesse, anche solo 15 minuti al giorno. Possiamo leggere, dedicarci a creare qualcosa, fare un bagno, meditare, insomma dedicarci a qualcosa che ci dia piacere e ci rilassi.
  • Cerchiamo di riposare. Approfittiamo dei momenti in cui il piccolo dorme.
  • Facciamo attività fisica. E’ sufficiente fare qualche giro intorno all’isolato: l’aumento del metabolismo e il fatto di ‘aver preso aria’, arrecherà un immediato benessere psicofisico.
  • Rilassiamoci. Respiriamo profondamente e facciamo ricorso ad immagini rilassanti, per ritrovare uno stato di calma e serenità.
  • Nutriamoci bene, prediligendo, frutta, cereali e verdura. Limitiamo l’uso di caffeina, alcol e zuccheri.
  • Teniamo un diario. Scrivere dei nostri sentimenti ed emozioni può essere un modo per “scaricarci”. Appena ci sentiremo meglio potremmo rileggere il diario e notare i progressi fatti.
  • Accontentiamoci di portare a termine anche una sola cosa in una giornata. Ci saranno giorni in cui non saremo riusciti a concludere niente: accade a molti neo-genitori.
  • Ricordiamoci che è normale sentirci sopraffatte dai tanti nuovi impegni. Ci vuole del tempo per adattarsi ai cambiamenti che un figlio comporta.
  • Soprattutto, cerchiamo di mantenere il legame con nostro figlio. Non è facile quando si è depresse, ma è fondamentale per un neonato poter mantenere un legame con la propria madre per un’adeguata crescita fisica ed emotiva. Ecco cosa possiamo fare praticamente per mantenere questo legame:

o       Allattiamo spesso (ogni 2-3 ore), appartandoci in un posto tranquillo in cui sappiamo che non saremo disturbate. Rilassiamoci, cerchiamo di godere del contatto con il bambino, guardandolo negli occhi. Lo stesso vale se il nostro bambino non è allattato al seno, ma con il biberon, lasciando però trascorrere il tempo necessario tra una poppata e l’altra.

o       Facciamo in modo che il bambino possa riposare in un luogo tranquillo e approfittiamone perriposare anche noi insieme a lui. Il riposo è fondamentale per entrambi.

o       Prendiamo spesso in braccio il bambino e parliamogli dolcemente. Cambiamogli spesso il pannolino, facciamo in modo che non senta troppo caldo o troppo freddo.

o       Coinvolgiamo il partner, parenti e amici nella cura del bambino.

o       Se abbiamo già un bambino, ricordiamoci che potrebbe soffrire per la quantità di attenzioni prestate al nuovo arrivato. Prendiamoci del tempo per stare con ognuno dei bambini e dimostriamo ad entrambi il nostro affetto. Incoraggiamo il bambino più grande a prendersi cura o a giocare con il neonato.

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