Categoria: Le tecniche

Partecipare psicologicamente alla cura

Da anni ormai vi è una attenta considerazione alle motivazioni psicologiche e psicosomatiche della malattia,ed anche la ricerca scientifica,accademica e non (Spiegel e Simonton nei paesi di lingua anglosassone e Biondi in Italia,per es.) si sta dedicando sempre più intensamente alla spiegazione, con strumentazioni psicologiche, dell’origine dello stare male. Ma un dato di fatto è ormai incontrovertibile, e cioè che:

-vi sono sufficienti elementi per cercare e trovare radici e basi psicosomatiche nell’insorgere di molte malattie;

-lo stress è l’elemento fondamentale che, attaccando l’equilibrio omeostatico dell’organismo, produce i danni peggiori, esponendo l’individuo a difficoltà di difesa e quindi progressivamente ad arrendersi al disagio, psichico e fisico;

-una volta strutturata la malattia, non può bastare la semplice assunzione di una cura o il solo seguire pedissequamente prescrizioni e farmaci, per un esito positivo e rapido; -lo stile di vita, e per esso la graduale eliminazione dello stress, può contribuire in maniera determinante alla velocizzazione del trattamento ed ai suoi migliori esiti.

Detto questo, sembra ancora paradossale che la classe medica o ancor più le istituzioni preposte alla tutela della salute dei cittadini o alla gestione della economia sanitaria, non prendano in maggiore considerazione l’ affiancare, in presenza di malattie che necessitano di una lunga attenzione, anche la ridefinizione dello stile di vita e la rieducazione dei propri comportamenti ed atteggiamenti nei confronti del proprio equilibrio psico-fisico.

In altre parole, per ottenere i risultati migliori sembra ormai accertato che si debba insistere anche sulla riduzione delle situazioni stressogene nella propria vita, che ci si creda o no alla natura psicosomatica della malattia stessa.

Ed allora via con lo studio della propria situazione familiare, della situazione lavorativa, degli affetti, del proprio passato, delle caratteristiche individuali di assertività nei confronti della vita, delle proprie inclinazioni, della mancanza o eccesso di attività sportive, delle abitudini pericolose tipo fumo, alcool, cibo, sonno, gioco, sesso, della mancanza di qualsiasi forma di spiritualità,dell’ignoranza delle più elementari tecniche di rilassamento.

Ed il tecnico preposto a questo tipo di affiancamento potrebbe essere con assoluta sicurezza uno psicologo, esperto di psicoterapia, o anche soltanto, di consulenza psicologica.

La partecipazione psicologica alla cura quindi sta a significare che bisogna non solo avere premura di partecipare allo svolgimento della prescrizione, ma anzi addirittura la si può potenziare con la propria determinazione e cioè lavorando attivamente,da soli o aiutati, sulla propria situazione esistenziale.

Ciò non solo contribuirà a migliorare ed accelerare il trattamento, ma favorirà una più lucida visione della propria esistenza ed anche la certa possibilità di minori recidive.

I punti fondanti potrebbero essere i seguenti:

  • Scansionare attentamente il proprio quotidiano alla ricerca di quegli elementi che disturbano e creano tensione: e per questo si intende il lavoro, gli affetti, la propria economia, le abitudini
  • Studiare attentamente il proprio modo di porgersi agli altri come: comportamento, atteggiamento, espressioni del viso(sorridiamo qualche volta?)frasario, buona educazione, espressioni di cordialità (Buon lavoro! Buona giornata! Grazie! Bravo! Per favore! Stia bene! Si riguardi! Non molli!….)
  • Verificare se abbiamo dei conti in sospeso con qualcuno, soprattutto dentro la sfera affettiva,in modo da concertare un ripianamento dei problemi, per tutto quello e per tutto quanto possa essere possibile
  • Il nostro squilibrio nasce come detto da un aumento della tensione, quindi questa tensione potrebbe derivare anche da uno spazio lasciato aperto dai conti con il nostro passato, con ciò che volevamo che avvenisse e non è avvenuto: ricordi, rimpianti, risentimenti, sensi di colpa.

Il pensiero punitivo

Nella evoluzione di un malessere e/o di un disagio rispetto alla propria situazione di salute possono scattare alcuni procedimenti psicosomatici,terribili e sconvolgenti, che vorrei brevemente illustrare. Nella mia esperienza di psicoterapia dinamica,ormai quasi trentennale, ho potuto osservare il seguente sviluppo inerente quel che chiamiamo ”la deriva nella malattia”.

A seguito di una situazione conflittuale che il paziente non riesce a dominare, ad es.litigi con il partner, ,conflitti con i genitori ,discussioni infinite con i figli, può scattare un meccanismo automatico atto a procurare un sufficiente livello di “soddisfazione”(ved.più avanti) nel senso di rivalsa, per queste due seguenti motivazioni:

  1. accettare di soffrire e di ammalarsi, per inconsci sensi di colpa,cioè per punirsi,e quindi lasciarsi macerare nella sofferenza,indirizzando unicamente verso se stessi, la dinamica distruttiva.
  2. accettare di soffrire e di ammalarsi, per punire l’esponente “affettivo” più prossimo(genitori,figli,parenti,partners)indirizzando verso l’esterno, le ragioni della propria dinamica distruttiva.

Accettare di soffrire e di ammalarsi, per inconsci sensi colpa,cioè per punirsi. Il dolore è un eccellente “rimedio” alla sensazione di colpevolezza,al ricordo spiacevole di situazioni in cui si è stati trasgressori e si è violato un divieto od una proibizione.

Pertanto il rifugio nella sofferenza diventa una espiazione lenta e continua, nel ricordo costante dell’occasione in cui ci siamo sentiti colpevoli; e nello stesso tempo un impedimento a lasciarsi andare ed a vivere le sensazioni del presente in piena maturità e consapevolezza.

Siccome il senso di colpa è il più delle volte inconscio,e ciò rende impossibile esplicitarlo, e quindi portarlo alla luce,affrontarlo e neutralizzarlo(così come accade sovente,o di regola,in psicoterapia dinamica),allora il tormento che ne deriva, per essere placato,ed anche per dare a noi stessi una “giustificazione” logica ed accettabile,finisce con l’assumere i contorni di una vera e propria malattia.

Come sappiamo,lo stress imita le patologie,riproducendone dolori e correlazioni fisiologiche .Le diagnosi però sono il più delle volte incerte :e ciò perchè il corpo si ribella ed il danno viene più o meno tenuto sotto controllo (tendenza all’omeostasi).

Col tempo però,soprattutto quando non vi sono sfoghi adeguati o le cause psicologiche sono preponderanti, lo stress arriva al punto da creare le malattie , anche con lesioni d’organo e quant’altro attiene alla sua “perfetta” evoluzione. Nella specie,il senso di colpa,con l’usura continua che ne deriva ,produce lentamente uno stato costante di agitazione,di insoddisfazione e di infelicità,fino ad arrivare al salto sul corpo e quindi, minando il sistema immunitario, procura come detto disfunzioni e poi lesioni .

La progressione allora potremmo, rozzamente, descriverla così: senso di colpa-stress-tendenza all’omeostasi-senso di colpa-stress-tendenza all’omeostasi-senso di colpa-stress……..malattia in cui la progressione invece ,virtuosa, dovrebbe essere: senso di colpa-stress-tendenza all’omeostasi-individuazione della fonte dello stress-individuazione del senso di colpa-interventi riparatori del soggetto stesso o con aiuto psicoterapico-tendenza all’omeostasirisoluzione.

Di conseguenza, se non intervengono fattori esterni,di varia natura,che possano modificare il naturale svolgimento dei fatti così illustrati, il senso di colpa porta inevitabilmente un bagaglio di sofferenze prima, e di malattia dopo. Ciò è quanto può interpretare il terapeuta nella storia del paziente.

Il soggetto è però generalmente all’oscuro di questi meccanismi,sia perché il senso di colpa,come detto,è spesso inconsapevole,sia perché è a livello inconscio che si sviluppa l’intero procedimento. Accettare di soffrire e di ammalarsi, per punire l’esponente “affettivo” più prossimo.

Questo aspetto è il meno studiato dei due, perché sembrerebbe improponibile in termini teorici e pratici,in quanto cozza con tutti i criteri di buon senso,di corretta evoluzione,e di gestione dell’omeostasi: anche qui si segue la strada della “soddisfazione”.

Ma vediamo come. Se nella nostra vita c’è un elemento ostativo che ci impedisce di raggiungere gli equilibri che vorremmo: genitori che ostacolano le nostre naturali aspirazioni e quindi gli ostacoli educativi sono ritenuti eccessivi e fuori luogo, partners che allargano a dismisura la loro personalità costringendoci al soffocamento ed alla repressione, figli da cui dipendiamo che vorrebbero imbalsamarci ed immobilizzarci in un ruolo senza libertà e senza individualità, parenti con cui vi è una relazione di dipendenza e che vorrebbero chiuderci in un rapporto coercitivo e soffocante, amici con cui si è instaurato un rapporto strettissimo e quasi parentale, e che però ugualmente non ci aiutano a realizzarci come vorremmo, allora la strada migliore per ottenere compiacimento e profondo piacere nel creare un dispiacere, rimane quella di ammalarsi.

La nostra sofferenza infatti può essere causa di un grande sconforto in chi ci è vicino.

Può ostacolare i suoi passi,inceppare meccanismi progettuali, far riflettere sulla nostra indispensabilità,inserire un sottile rimorso,far provare insomma,in modo indiretto e subdolo tutto ciò che può avvicinarsi ad una vera e propria punizione. Nelle situazioni che sono state brevemente illustrate,sembra infatti che il soggetto non abbia arma alcuna per contrastare una condizione,che per i legami affettivi esistenti, non presenta nessuna via d’uscita. E quindi infinite discussioni,ripicche, umiliazioni,prostrazioni, violenze psicologiche e/o fisiche,proibizioni,coercizioni,costituisco no il terreno di coltura dove poi prolifereranno i sentimenti di odio che porteranno all’unica tattica possibile(laddove sia risultato impensabile o impossibile affrontare in modo risolutivo l’interlocutore ed affrancarsene, rendendosene liberi):la propria sofferenza.

Se apparentemente risulta logico rivolgere contro se stessi,per il senso di colpa, i meccanismi del dolore e dell’espiazione,e di ciò vi è ormai un’ampia letteratura scientifica oltre che, parallelamente, anche una vasta esemplificazione di narrativa e di teatro, dai tempi di Omero fino ai giorni nostri, diventa pressoché complicato poter accettare che si imbocchi la strada di un proprio travaglio,magari che faccia macerare fino alla tragedia,solo per ”punire” chi ci sta vicino.

Ma forse a questo punto abbiamo bisogno di un supporto autorevole.

L’antefatto Freudiano:Il principio di piacere ed il principio di realtà Secondo Freud(1911), alla base dei fenomeni psichici vi é un principio economico, che egli definisce principio del piacere che ha la funzione di evitare il dispiacere e il dolore, e di provocare, invece, il piacere, connesso alla riduzione al minimo della tensione energetica . A questo scopo provvede tale principio , scaricando la tensione e, quindi, ripristinando uno stato di equilibrio, mediante l’appagamento del desiderio, ma ciò avviene per via allucinatoria, grazie a soddisfazioni sostitutive rispetto a quelle reali.

Questa situazione non può che generare frustrazione, in modo che viene a strutturarsi, stando a Freud, un secondo principio, che tenta di assumere una funzione regolativa rispetto al principio del piacere: si tratta del principio di realtà , che non tenta più il soddisfacimento tramite scorciatoie e forme sostitutive, ma segue le condizioni date dalla realtà, anche se questa si può presentare sgradita.

Il principio del piacere tende ad ottenere tutto immediatamente, mentre il principio di realtà può differire quella esigenza in vista di un’eventuale meta, più sicura e meno illusoria; nella evoluzione, quest’ultimo provoca una serie di adattamenti dell’apparato psichico, conducendo allo sviluppo e al potenziamento di funzioni coscienti come l’attenzione, la memoria, il giudizio e il pensiero.

Questo non vuol dire che il principio del piacere scompaia del tutto; esso prosegue nell’operare e nell’estrinsecarsi, specialmente nelle circostanze in cui diminuisce la dipendenza verso la realtà, come appunto nei sogni, nelle fantasie e, in una certa misura, nelle produzioni artistiche.

Questo dualismo di princìpi, costruito in analogia alla fisica, come distribuzione e circolazione energetica, viene però in un secondo tempo modificato da Freud; nel 1920, infatti, egli pubblica Al di là del principio del piacere, dove accanto alle pulsioni sessuali, riconosce l’esistenza di una pulsione antagonistica, la pulsione di morte , cioè una tendenza distruttiva inerente la vita stessa.

In quest’opera egli tratteggiò una concezione dualistica e antagonistica delle pulsioni fondamentali che animano la vita dell’uomo: alle pulsioni legate al principio di piacere (che comprendono le pulsioni sessuali e le pulsioni di autoconservazione) Freud affiancò infatti le pulsioni di morte, le cui manifestazioni hanno il carattere della distruttività e la cui meta è far regredire l’organismo individuale a uno stato inorganico.

Quando le pulsioni di morte sono rivolte verso l’interno, esse tendono all’autodistruzione, ma poi possono essere dirette anche verso l’esterno, assumendo così la forma di pulsioni di aggressione e di distruzione.

Nella realtà psichica le pulsioni si presentano sempre come ambivalenti, caratterizzate cioè dalla compresenza di questi due princìpi di vita e di morte: anche la sessualità presenterebbe dunque questa ambivalenza sotto forma di amore e di aggressività.

Come abbiamo visto,secondo Freud esisterebbero due ”motori” fondamentali, detti di piacere e di realtà, che producono energia per indirizzare i nostri comportamenti:l’uno tende alla soddisfazione di un desiderio,costi quel che costi,come per le azioni compulsive(lo shopping,le varie tossicodipendenze,i raptus,la sessualità esasperata),l’altro invece si procura di mediare le esigenze improvvise ed irrefrenabili con l’esame attento dell’ambiente,lo studio delle situazioni e l’aiuto dell’esperienza. La mia pratica professionale allora mi ha portato a considerare che,laddove non esistano altri sistemi per averla vinta su qualcuno intorno a noi che ci limita,la “migliore” strategia possibile (come da principio del piacere)è procurargli un grande dolore,con la nostra sofferenza.La quale può arrivare addirittura,con incredibile sprezzo della vita e della sopravvivenza,fino all’annientamento della persona, cioè usque ad mortem.

Ciò che Freud chiamava pulsione di morte.

E’ come avere una sorta di pensiero punitivo,che organizza le nostre energie non già secondo i criteri conosciuti dell’evoluzione,e cioè ad immagazzinare dati per costruire strategie atte a migliorare la nostra esistenza,come in tutto l’universo vivente noto,ma per perseguire un disegno perverso dove lo strumento tattico per annientare l’avversario,per levargli gioie e serenità,per creargli incubi e disperazione,è un fattore apparentemente inconcepibile:la nostra malattia.

Va da sé che questo ”pensiero“può arrivare sino a gravi conseguenze,anche perché quando si innesca un meccanismo che comporta il coinvolgimento di strutture solide ma delicate,come il sistema immunitario,il gioco può diventare incontrollabile e quindi irreversibile.

La rabbia e i suoi effetti

La rabbia è un’emozione tipica, considerata fondamentale da tutte le teorie psicologiche, insieme alla gioia e al dolore, è una tra le emozioni più precoci; il bambino che non è coccolato dalla mamma ha come reazione il pianto che equivale allo sfogo della rabbia.

Moltissimi risultano essere i termini linguistici che si riferiscono a questa reazione emotiva: collera, esasperazione, furore ed ira rappresentano lo stato emotivo intenso della rabbia; altri invece esprimono lo stesso sentimento ma d’intensità minore, come: irritazione, fastidio, impazienza. C’è chi dice di non arrabbiarsi mai, e chi è sempre pronto a scattare. La rabbia è la reazione ad un limite, esprime il bisogno, molto vitale, di affermare il proprio Io: i bambini si arrabbiano violentemente, con le cose, con i divieti e le persone.

Come tutte le emozioni, la rabbia non è mai giusta, o sbagliata: c’è, e bisogna prenderne atto, comprenderla, e gestirla al meglio. Chi riesce a mettere la sordina alla rabbia, non sempre ne ricava benessere, perché si tratta di un segnale molto importante: che qualcuno o qualcosa sta calpestando il nostro Io. Reprimere le manifestazioni d’ira è nocivo alla salute psicofisica: depressione, problemi psicosomatici come l’ulcera e l’emicrania possono colpire i troppo accomodanti. Chi invece esprime la rabbia, al di là dello sfogo catartico entro poco tempo, si trova ad affrontare grossi disagi relazionali. Soprattutto se a scatenare l’emozione sono conflitti con genitori, partner, e colleghi; di solito, più è intensa la relazione, più violenta è l’aggressività che si scatena nei contrasti. Inghiottire la rabbia fa male, gridarla anche.

Esplodere non è poi terribile, come alcuni temono, soprattutto fra le donne, ma comunque di solito è inutile, non risolve, ma perpetua il problema e, infatti, si tende poi ad arrabbiarsi di nuovo e ancora, per lo stesso motivo. Molto spesso capita di avere a che fare con persone capaci e intelligenti, ma che allo stesso tempo si possono mostrare arroganti e incapaci nel relazionarsi in maniera cortese ed educata con gli altri.

Questi soggetti sono privi di quella che in psicologia è chiamata intelligenza emotiva. L’intelligenza emotiva può essere definita l’intelligenza del cuore.

E’ responsabile della nostra autostima, della consapevolezza dei nostri sentimenti, pensieri, emozioni; presiede alla nostra sensibilità, all’adattabilità sociale, all’empatia, alla possibilità di autocontrollo.

Essere dotati d’intelligenza emotiva significa riconoscere i sentimenti, così da esprimerli in modo appropriato ed efficace. Nella quotidianità di tutti i giorni possono capitare piccoli avvenimenti per i quali si scatenano emozioni a volte sconosciute; può accadere che un collega vi prenda in giro, o che qualcuno trovi posto nel parcheggio che avevate visto voi, ma d’impulso avete pensato di non reagire. L’offesa è evidente e voi pensate: “Adesso dovrei arrabbiarmi” ma la reazione non arriva.

Molte persone, per lasciarsi andare, hanno bisogno di sperimentare che non succede nulla di grave se si perde il controllo. Spesso alla rabbia apparentemente non si reagisce; ma non è detto che questo sia realmente ciò che accade; la mancata reazione può essere dovuta al negato contatto emotivo con il sentimento rabbia, quindi si arriva all’alessitimia, ovvero l’incapacità di sentire sul piano emotivo le emozioni, le quali vengono fatte scivolare direttamente sul corpo fino a somatizzarle; capita così di avere mal di pancia o mal di testa senza cause organiche, fino ad arrivare a vere e proprie patologie. Il sentimento rabbia viene negato a livello inconscio e la persona può, ad esempio, mettere in atto atteggiamenti o comportamenti sostitutivi e/o di copertura del sentimento negato, parliamo quindi di compulsioni (pensieri o comportamenti) e rituali(lavare le mani continuamente, controllare numerose volte di aver chiuso porte e gas).

La maggior parte delle volte però può capitare il contrario; l’eccessivo sfogo delle proprie emozioni e il mancato controllo della rabbia può arrecare conseguenze negative a se stessi e agli altri.

Prendere tutto come un attacco personale, sentirsi messi in discussione solo per la scortesia di una commessa o feriti per la disattenzione di un collega è l’inizio dell’iter che percorriamo ogni qualvolta si innesca il meccanismo “rabbia”.

Ma perché ci arrabbiamo?

Una delle tante spiegazioni che si danno alla rabbia è riferita ad un passato lontano dove non c‘ entrano né commesse né colleghi, ma fantasmi che appartengono alla nostra infanzia. Questa teoria ci riporta qualche tempo fa, quando i nostri genitori non ci hanno fatto sentire abbastanza apprezzati e sostenuti; è proprio allora che sono nati il dolore e questa rabbia, che sfugge al controllo e che spinge a reagire esageratamente di fronte alla più piccola frustrazione.

Secondo la maggior parte degli studi effettuati al riguardo i casi più frequenti di mancato autocontrollo sono stati identificati in soggetti che hanno avuto genitori critici , intolleranti e svalutanti, togliendo quella sicurezza senza la quale si resta indifesi come bambini, in balia dei giudizi e delle conferme degli altri.

E se queste conferme non arrivano ecco che rimonta la voglia di protestare per questo amore che ci è stato negato.

Non è facile ammettere che siamo noi a sentirci inadeguati quando sembra più accettabile dare la colpa agli altri, e la soluzione non è sicuramente nell’accusare mamme e papà, ma nel recuperare il bambino che è in noi e fargli fare pace con la nostra parte adulta. Studi effettuati dall’Università del Michigan dimostrano che il 25% dei casi di malattie cardiache sono dovuti all’eccessiva perdita di controllo in una esagerata reazione fisica alla rabbia.

Insomma arrabbiarsi poco può essere dannoso, ma anche arrabbiarsi troppo ci fa correre parecchi rischi. Nel frattempo si deve cercare di esplicitare il proprio disagio al meglio, evitando che l’interlocutore si senta aggredito. Molti ragionano come se le emozioni fossero controllate da un interruttore: on-off, dico-non dico. Ma esistono anche posizioni intermedie, vale a dire esprimere nel modo migliore le proprie emozioni, anche negative.

Essere diretti e sinceri non significa necessariamente ferire gli altri. Come ci dobbiamo comportare? Quando siamo nervosi, arrabbiati possiamo scaricare la tensione con attività fisiche: frequentare una palestra, praticare sport, partecipare al tifo della la propria squadra del cuore, lavorare manualmente, ecc.

Se ci sentiamo contratti, “legati”, può essere utile farsi massaggiare, qualunque sia la tecnica usata,con un buon rilassamento. Se il malessere tende alla cronicizzazione significa che vi è un comportamento, uno stile di vita ormai consolidato su cui occorre lavorare più approfonditamente con una psicoterapia e con l’ausilio, preferibilmente, di medicine naturali. Ritengo che una via intermedia debba essere ricercata e secondo me consiste nell’essere consapevoli il più possibile del nostro vissuto emotivo e nel costante dialogo sia all’interno che all’esterno di noi.

La rabbia appartiene alla sfera delle emozioni. Si tratta di un’esperienza forte e molto comune che ognuno vive secondo le proprie specificità individuali. Nel conflitto, specie interpersonale ed educativo, la rabbia compare come elemento perturbante che spesso impedisce la relazione e il confronto; la gestione emotiva della rabbia è pertanto una necessità imprescindibile per poter affrontare i conflitti con competenza ed efficacia.

Anche in ambito educativo si tratta di imparare a dialogare con la propria rabbia per trasformarla in una relazione conflittuale e quindi gestibile. La rabbia va usata per dare energia a una richiesta basata sui propri desideri, non per cercare di stabilire come l’altro deve comportarsi.

Il primo passo per cercare di allearsi con la propria rabbia è ascoltarla bene, e cercare di capire chiaramente il suo messaggio: dove ci sentiamo colpiti, cosa vorremmo.

Una volta definita, con calma, la posizione che riteniamo giusta per noi, possiamo affermarla assertivamente.

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